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L'oasi del Carengione a Peschiera Borromeo

Scritto da Stefano Fusi. Postato in Notizie

La Poiana ("aquila di pianura"), il gheppio, la volpe, gli aironi e altri abitanti dell’Oasi del Carengione, a Peschiera Borromeo

Un bosco prezioso e all’apparenza primordiale, che però è rinato solo negli anni Sessanta dopo l’abbandono di lavori di scavo per estrazione di materiali per l’edilizia. Il Carengione è una delle oasi più interessanti dell’Est milanese, in una campagna ricca d’acqua e coltivata intensamente. La storia e le vicende recenti dell’oasi e dei suoi ospiti: volpi, ricci, tassi, civette, gheppi, fiori, stagni e alberi a due passi dall’Idroscalo, in direzione dell’Adda.

Peschiera Borromeo, a Sud-Est di Milano, è una di quelle cittadine dell’area metropolitana di Milano che sta a fianco della città capoluogo con un piede nella campagna. A due passi dall’aeroporto di Linate e dall’Idroscalo lungo la strada Paullese, ai milanesi è nota soprattutto per essere stato un paese agricolo “nobilitato” dall’arrivo dalla Toscana dei conti Borromeo, stirpe cui appartenne anche il celebre arcivescovo San Carlo. Proprio qui, in queste campagne generose, all’inizio del 1400 i futuri potenti costruirono il loro primo palazzo fortificato, ricavandolo dalla trasformazione di una cascina. Ancora oggi il castello è una piccola delizia: il fossato tuttora pieno d’acqua e il grande parco privato, la torre e le vecchie mura ne fanno una macchina del tempo per  rivivere il tempo del rinascimento. Ci si arriva dal piccolo borgo di Mirazzano lungo una strada affiancata da pioppi neri. Il primo palazzo di questi conti divenuti successori degli Sforza, almeno nella notorietà, che hanno  tuttora molti palazzi e possedimenti fra cui i più conosciuti sono quello di Milano (vicino alle Cinque Vie) e quelli delle isole Borromee sul Lago Maggiore.

Peccato sia molto difficile visitare il castello, tuttora abitato, e non si possano visitare né il magnifico parco del castello né la nuova area umida di boschi e stagni creata per volontà di uno dei conti attorno al vicino mulino, restaurato ad uso abitazione: sono proprietà privata. Sarebbero paradisi per naturalisti. Chissà, forse è bene così, perché non sempre la “fruizione” coincide con la tutela. Ce ne dobbiamo fare una ragione, in futuro esisteranno ancora gli alberoni secolari del parco: quelli attorno, nella campagna aperta a tutti, come vedremo, rischiano maggiormente di non diventare alti e imponenti come gli alberi genealogici dell’iconografia nobiliare, perché sono sempre sotto il tiro di qualche motosega umana.

Attorno, verso Milano c’è la cittadina di Peschiera e in direzione opposta verso l’Adda ci sono soprattutto le campagne, che tuttavia lungo la Paullese sono vittima del virus dei capannoni, centri commerciali e insediamenti che funghiscono ovunque lungo le strade principali che dalla città menano verso il mondo esterno. Per questa epidemia un vaccino ci sarebbe, quello della natura, ma non c’è ancora una mobilitazione sufficiente di energie.

Questa zona un tempo era ricca di boschi. Ne restano pochissimi, ovviamente: l’agricoltura e poi le costruzioni hanno invaso quasi tutto. Un boschetto prezioso è quello del Carengione, nelle frazioni di Peschiera Borromeo di Bettola, San Bovio e Mezzate. Un’oasi da vedere e conoscere: si ha un’idea di quello che era il territorio attorno a Milano, ricco d’acque sorgive e di vegetazione. Poi con l’agricoltura moderna le coltivazioni si estesero quasi ovunque, a scapito della vita selvatica.

L’airone vero e quello su carta

Un esempio su tutti? Negli anni ‘70 del secolo scorso gli aironi erano diventati rari. Oggi li vediamo spesso dove ci sono zone umide, risaie ma anche campi affiancati da rogge e canali, ma un tempo erano quasi spariti, nel deserto agricolo portato dai pesticidi e dall’agricoltura meccanizzata. Ed erano per di più cacciati e perseguitati perché facevano concorrenza ai pescatori. Non aiutava certo gli aironi l’agricoltura che impiegava pesticidi e diserbanti e spazzava via ogni angolo verde non “utile”, comprese le preziosissime siepi, i cespugli e quant’altro fosse considerato inutile ai fini della produzione di massa e ostacolo alla circolazione dei megatrattori e megamietitrebbie. Siepi, boschetti e sottobosco d’altra parte garantivano la vita di centinaia di specie animali e vegetali selvatiche che hanno il torto di aiutarci contro insetti, topi ed eccessi di temperatura, nonché quello di fornirci ossigeno respirabile e nutrimento per l’anima. Prime vittime, comunque, erano – e purtroppo sono tuttora – i grandi alberi dove gli aironi fanno le loro “garzaie”, i grandi nidi fatti con rami (il termine viene dal nome dialettale dell’airone, “garza”) a distanza di sicurezza dal suolo per proteggere le nidiate. Oggi gli aironi sono ritornati e sono comuni perfino nei parchi di città, perché la caccia è diminuita come in parte l’abuso di sostanza chimiche nei campi, in particolare nelle risaie dove gli aironi imperano e cacciano anche pesci e rane.  

Ebbene, proprio in quel finire degli anni Settanta esplodeva l’interesse verso la natura che stava scomparendo. Fra le tante iniziative di quel periodo, oltre alle campagne antiinquinamento, anticaccia e antinucleare in tutta Italia, una novità significativa fu la nascita e la grande diffusione di una rivista naturalistica illustrata divulgativa. Dedicata proprio all’uccello simbolo della natura in pericolo, comune ma quasi sconfitta, la rivista Airone fu fondata nel 1981 da un amante della “caccia fotografica”, Egidio Gavazzi. Costui abitava a San Felice, a due passi  da Peschiera Borromeo, e si aggirava a piedi e in bicicletta per i campi a caccia di immagini naturali, quando non faceva safari fotografici di ben altro calibro. Qui si imbatté nell’unico angoletto selvatico della zona e ne propugnò la protezione. Era il bosco del Carengione.

Dalla cava alla wilderness

Il nome deriva da una pianta palustre, il carice, noto anche come falasco. È un colonizzatore, ovvero s’insedia per primo lungo le rive degli stagni e fa da apripista per la vegetazione, poi viene soppiantato da piante meno “acquatiche” come sedano d’acqua e crescione fino a ridursi e quasi sparire con l’arrivo di rovi, salici e ontani, pioppi e olmi. Questo luogo è uno dei pochi dove si può ancora trovare l’intrepido vegetale, lontano dai fiumi e dalle lanche ovvero i rami “morti” del fiume che diventano poi stagnanti. Anche le lanche ormai sono rare, lungo i nostri fiumi quasi tutti incravattati d’asfalto e cemento, ma qualcuna resta sull’Adda e soprattutto sul Ticino. 

Il bosco dedicato alla carice era cresciuto spontaneamente su un terreno isolato dall’abitato e dalle strade, poco produttivo perché argilloso e sabbioso, “acido” al punto da essere snobbato dai contadini locali. Negli anni Cinquanta venne dunque saggiato dai cavatori per farci appunto scavi. Nella zona le cave sono almeno sette, ma abbondano dovunque nell’hinterland milanese, vittime sacrificali dello sviluppo urbano: scavare e distruggere per costruire, fare e disfare è tutto un lavorare si dice da queste parti. Ma qui a Peschiera, non si sa bene perché, i lavori vennero interrotti, non prima comunque di aver sbancato, sopraelevato e bucherellato il terreno, deviando o interrando canali e canaletti, compresi alcuni fontanili (sui fontanili leggi anche l’articolo sulla Muzzetta, qui>>).

Al termine inglorioso dei lavori delle ruspe restò una landa abbandonata, piena di crateri, avvallamenti e abbozzi di percorsi per mezzi pesanti, che si riempirono d’acqua formando stagni: qui il livello della falda è appena tre metri sotto la superficie del terreno, ci sono ancora fontanili e molte rogge arrivano dal naviglio della Martesana a irrigare tutta l’area. L’acqua non mancava come non manca ora, ed è vita. Acqua più pulita rispetto a quella del resto della metropoli, perché arriva dall’Adda e non dalla Brianza operosa delle mille fabbrichette né da Milano ma evita le conurbazioni nel suo percorso prima di affluire qui.

La ferita nel terreno si ripopolò dunque presto di piante e animali grazie all’acqua, la natura lasciata in azione si riprende presto. Ricomparvero alberi altrove quasi spariti per via della dittatura dei pioppi e dei coltivi: querce e aceri, ontani, salici, noccioli e olmi, ciliegi selvatici e carpini… insomma il bosco di una volta era rinato, chissà come. E cominciarono ad affluire i superstiti aironi, anatre, ricci, tassi e volpi, rapaci notturni, lepri e fagiani scampati alla caccia circostante; e nei fossi e negli stagni che si erano formati, rane, tritoni e pesci messi lì da pescatori di semifrodo (il terreno era di proprietà privata anche se aperto). Alcuni naturalisti cominciarono a esplorarlo, e Gavazzi fece articoli e proposte per tutelare il neo-rinato bosco. Ben presto trovò sostenitori: la Forestale fece sopralluoghi e relazioni come il WWF Sud Milanese e lo stesso Comune (ai tempi esistevano assessorati all’Ecologia) dal 1984 lo tutelò come oasi seppure non cintata dichiarandola inedificabile. In seguito il Parco Agricolo Sud Milano prese proprietà di una piccola parte e nel 2000, addirittura, venne occupata l’area centrale per “pubblica utilità” e furono tutelati anche i terreni agricoli circostanti, piantati alberi e arbusti. 

Uno degli stagni del Carengione

Storia a lieto fine, una delle poche in tutta la metropoli, tutto bene allora? Solo in parte: oggi l’oasi, bellissima quanto relativamente piccola, è da una parte sottoposta alla pressione dei molti abitanti della zona che la visitano, dall’altra è in balia delle strane manie disboscatorie degli enti che invece dovrebbero proteggere il verde e le oasi, in primis il Parco Agricolo Sud. Lavori “di  riqualificazione” negli ultimi mesi infatti hanno visto tagliare alberi e alberoni anche sani dell’oasi, alla faccia della tutela della biodiversità. Apparentemente e dichiaratamente per proteggere i visitatori da improvvidi crolli di grandi pioppi che avevano l’unico torto di essere lì dove erano nati e cresciuti, e di ripulire i percorsi pedonali. Non siamo in bei tempi, insomma, per quanto riguarda il rispetto della vita naturale, anche se a parole tutti ne tessono gli elogi. Anche togliere i rovi perché ostruivano i sentieri non è una bella idea: sono disordinati e fastidiosi ai nostri occhi cittadini ma per gli animaletti sono rifugio, frigorifero, camera da letto e tetto.

Per inciso, sempre a Peschiera Borromeo nel 2020 c’è stata una battaglia delle “signore degli alberi” per impedire il taglio di decine e decine di pioppi cipressini lungo una strada vicina all’oasi. Ancora non si è certi che il Comune abbia rinunciato all’insano progetto messo in campo, al solito, per “la sicurezza”, ma senza fondamento scientifico. È un viale meraviglioso per via di quegli alberi che fanno ombra e donano bellezza; sono i pioppi allungati verso l’alto tipici della Lombardia al punto da essere definiti, all’estero, “pioppi lombardi”. Presenza costante, un tempo, lungo i vialetti di campagna: i contadini non amano troppo l’ombra dei pioppi lungo le rogge e le stradine ai bordi del campo, quindi preferivano i cipressini slanciati meno fastidiosi per il proprio campo. Per ora i pioppi cipressini resistono. 

Il viale dei pioppi cipressini vicino all'oasi: grazie alle "signore degli alberi" sono ancora in piedi, il Comune li avrebbe fatti abbattere tutti per motivi "di sicurezza" 

Abitanti alati e non

Visito l’oasi questa volta con il “custode”, il naturalista che da molti anni la studia e conosce a menadito e che vi abita vicino, animatore a suo tempo dell’associazione che la promosse dagli anni Duemila. Walter Ferrari spiega che l’intera oasi è di circa 140 ettari, ma di questi solo 13 sono “selvaggi” (10 di proprietà del Parco Sud Milano e tre di proprietà del Comune). E snocciola altri numeri: 280 specie le vegetali recensite, decine quelle di animali vertebrati, numerosissime le specie di insetti e invertebrati. Ma soprattutto racconta storie di funghi, piante e animali: picchi rossi e verdi, donnole, amanite e fusaggine… una piccola jungla che visita quasi ogni giorno. Deve essere stato riconosciuto come amico dagli animali perché perfino un gheppio, il piccolo falchetto tipico delle campagne, l’ha scelto per fare il nido da cinque anni sul suo balcone, a un tiro di schioppo da qui. Anche i ghiri che si nascondono nell’oasi devono portargli riconoscenza, perché ne prese alcuni appena nati con i genitori spaventati, salvandoli da un tronco dove avevano la tana che era stato tagliato in paese, e li portò qua. Ora stanno da qualche parte nell’oasi, c’è da scommetterci in buchi nei tronchi. Racconta delle lucciole che compaiono in giugno e che viene a vedere con gli altri amanti della natura, dei gufi, barbagianni e civette che animano le notti, delle varietà di farfalle che svolazzano fra ortiche e sambuchi, delle fototrappole che ha piazzato e che hanno immortalato le volpi con le loro tane e i tassi. Sia di volpi che di tassi ci sono almeno due famiglie.

una nidiata di volpi al Carengione dal video di Walter Ferrari 

 Il ghiro - foto di Walter Ferrari

Il campione fra gli uccelli predatori qui è la poiana, il rapace così grande da essere definito “l’aquila di pianura”. Bruno di colore, lo si sente “miagolare” in volo, ovvero fare una specie di pigolio stridulo, quando volteggia nel periodo riproduttivo. Solitario nella caccia,  prende quota sfruttando le correnti ascensionali e poi fa grandi e veloci picchiate. Si intravede il suo nido sulla sommità degli alberi più alti; la poiana infatti in pianura nidifica su alberi isolati più che su rocce o sul terreno, e va a caccia negli spazi aperti dei prati e dei campi, quindi si adatta anche al territorio agricolo dove la maggior parte degli alberi è sparita. Qui al Carengione però ha trovato la manna dal cielo di un bosco fitto dove riprodursi. Ce ne sono almeno tre nidiate. Anche se la poiana è abbastanza diffusa, è raro trovarla così concentrata in un unico luogo.

 Poiana in volo - foto di Walter Ferrari

Poiana nel nido - foto di Walter Ferrari

 La nidiata del gheppio su un balcone a due passi dall'oasi - foto di Walter Ferrari

L’oasi è a rischio?

Intristisce vedere lungo i sentieri i monconi di tronchi accatastati dei grandi pioppi abbattuti, alcuni senza valido motivo. Un grande pioppo è stato salvato solo perché nel suo cavo aveva una madonnina “del viandante” e altre testimonianze di affetto e gratitudine dei visitatori dell’oasi. L’amarezza è aggravata dal fatto che i lavori, o meglio le distruzioni, sono stati fatti in un momento dell’anno sbagliato, danneggiando anche la fauna e la nidificazione. Purtroppo, come spesso in questi ultimi anni, la vigilanza per tutelare il verde sembra dissolta: scomparse la Polizia provinciale e la Forestale, siamo ormai indifesi contro gli abusi? Anche qui, complice il Lockdown e l’impossibilità di muoversi fuori del proprio comune, la pressione dei visitatori alla ricerca di verde e ossigeno è diventata pesante.

Appena fuori dal folto, fiori e farfalle continuano imperterriti a vivere e donare colore e leggerezza nonostante questi sbreghi. Ci si augura che non ne avvengano più, in fondo è un’oasi protetta, non una piantagione di pioppi né un giardinetto urbano. È un luogo dallo spirito robusto e si spera sopravviva e rinasca, come già fece una volta. Si può visitare a piedi liberamente, con qualche accortezza: tenere i cani al guinzaglio, evitare di schiamazzare e gettare rifiuti, insomma le solite cose che in genere sono lasciate alla buona volontà dei visitatori per mancanza di controlli. C’è più attenzione per la natura, oggi, da una parte, come racconta la storia della rivolta contro i tagli dei pioppi cipressini, ma le volpi, i ghiri e le poiane sembrano interrogarsi: ce la faranno i nostri eroi a salvare questo posto?

 91.000 euro per tagliare dei pioppi (anche quelli sani) e dei rovi 

Oasi Bosco del Carengione

Peschiera Borromeo (Milano), frazioni Bettola, San Bovio e Mezzate

Come ci si arriva

Da Milano in auto: strada Paullese, uscita a Peschiera Borromeo, oppure sul lato Est dell’Idroscalo verso San Bovio.

Visite e altre informazioni

Rivolgersi a Walter Ferrari, tel. 3397615179, mail  Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. . Walter Ferrari ha prodotto un DVD “Oasi Carengione nelle quattro stagioni” con foto e video di flora, fauna e paesaggio” e altri DVD naturalistici. Per averli rivolgersi all’autore o visitare il sito https://walterferrari.it/oasi-carengione.html

Un video su facebook da una fototrappola: una nidiata di volpi>>

Alcune delle informazioni riportate sono riprese dalla pubblicazione “Il parco del Carengione” di Sergio Leondi, storico locale.

Sulla vicenda dei pioppi cipressini si può visitare la pagina facebook>>  La-Voce-degli-Alberi-a-Peschiera-Borromeo

Il castello Borromeo di Peschiera www.castelloborromeo.it

    

 

 

 

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L’usignolo e il fontanile – le sorgenti della Muzzetta

Scritto da Stefano Fusi. Postato in Notizie

L’usignolo e il fontanile – le sorgenti della Muzzetta

Un’oasi nel deserto agricolo nell’Est milanese, in direzione dell’Adda, vicino alla nuova autostrada per Brescia: la riserva naturale che protegge i fontanili a Rodano e Settala. E ospita fiori, piante, uccelli rari e migratori, altrove in pericolo. Un piccolo scrigno di biodiversità che andrebbe riaperto alle visite didattiche.

<<Arrivo dall’Africa. Ho attraversato il grande deserto. Mi fermavo nelle oasi. Ora è primavera, sono tornato dove c’è acqua e verde, e canto. Sono le canzoni che ho imparato da mio padre e dai suoi amici. Ne conosco più di cento. È una gioia cantare. Se il mio canto le piacerà, lei verrà e nasceranno dei piccoli. Sto qui fra i cespugli sotto gli alberi, sulla riva: anche l’acqua canta con me, viene fuori proprio qui, dalla terra. Qui non passano macchine né trattori, e pochi umani. Sono al sicuro, trovo da mangiare. Posso fare il nido. Sono contento.>>

<<Grazie, signor usignolo. I suoi canti sono proprio belli. Quando li sentiamo siamo felici. E grazie anche per il suo lavoro di pulizia contro gli insetti.>>

L’usignolo è simbolo di primavera e sinonimo di amore e allegria. Personaggio poetico. Si dice “canti bene come un usignolo” non per niente. Lui conosce centinaia di canzoni; ne ha così tante varianti (anche di pochi secondi) che si sono formati “dialetti” locali in quella che è una vera e propria lingua canora. La “lingua degli uccelli” dei poeti e dei mistici nell’usignolo è al massimo grado: sembra attingere a un pozzo inesauribile, nel variare toni e frasi sonore e inventare melodie. Non sarà che anche gli animali hanno quella che chiamiamo fantasia? Del resto, all’inizio noi grugnivamo o poco più, abbiamo imparato da loro a esprimerci in modo decente, e a fare arte. È commovente pensare che questi esserini grandi come passerotti, maestri di musica in un corpicino così minuto, hanno la forza di volare per migliaia di chilometri sopra il Sahara e il mare, per arrivare qui e tornare in Africa dove svernano (ne avranno, di storie da raccontare cantando!).

Come commuove e incanta il luogo dove l’ho sentito: un posticino dove avviene un altro miracolo, lo sgorgare d’acqua pulita dal terreno nel bel mezzo della nostra superinquinata pianura: la risorgiva, un tempo comune, oggi rara. Come sono rari anche i fontanili, ovvero i punti nei quali si è scavato per far sgorgare l’acqua e incanalarla per irrigare.

L’usignolo di fiume è uno degli uccelli che si trovano attorno ai fontanili della Muzzetta. È un piccolo meraviglioso angolo di verde, dove ci sono sette fontanili e un bosco fitto, protetto dal Parco Sud milanese. È nei comuni di Rodano e Settala, nelle campagne in direzione Est rispetto alla metropoli, dopo l’Idroscalo, San Felice e San Bovio; in auto vi si arriva in mezzora dalla città. Tutti questi dintorni sono una bella area verde, vicina alla tenuta di Trenzanesio (la villa degli Invernizzi con il suo grande parco privato). Recentemente qui è stata fatta passare la nuova autostrada BreBeMi che l’ha in parte deturpata: la stradina a due sensi che attraversava la tenuta e da cui si potevano sbirciare i daini è diventato un circuito da corsa, i daini non si può più vederli ammesso che ci siano ancora. Ma il verde di queste campagne resta un abbozzo di corridoio ecologico verso l’Adda, anche se come al solito l’autostrada s’è portata dietro il proliferare di logistiche e capannoni che incrostano tutta la pianura.

L’area della Muzzetta resta a distanza di sicurezza, per ora. È su 86 ettari, 22 di riserva naturale, il resto di fascia di rispetto. Attorno ci sono campi e stradine con pioppi neri, cascine e più in là la zona industriale di Premenugo. Si arriva alla riserva percorrendo l’inizio della strada detta “del Duca”, una bella stradina campestre fra i pioppi che va da Lucino (Rodano) presso la via Rivoltana, fino alla Paullese passando fra cascine e campi. È privata ma percorribile a piedi e in bicicletta.

Attorno e dentro alla riserva c’è un bosco igrofilo, ovvero tipico degli ambienti umidi, fatto soprattutto di ontani neri, salici bianchi e olmi, ma anche querce e arbusti come sambuco, nocciolo, biancospino, rosa canina. Attorno all’acqua, in uno dei pochissimi boschi planiziali rimasti, ci sono fiori anche rari: iris gialli, orchidee palustri e gigli dorati, campanellini estivi e invernali, pervinca, violette. Un giardino naturale prezioso.

L’usignolo è solo una del centinaio di specie di uccelli che ci sono nella riserva: ci sono anche i picchi, il martin pescatore, gli scriccioli e i pettirossi, i rapaci diurni e notturni (gheppio, civette, allocchi, gufi), le gallinelle d’acqua, gli aironi e le garzette, i germani reali. E conigli, minilepri e ricci.

Vengono tutti qui, gli uccelli della zona: intorno ci sono i campi, certo, ma l’agricoltura industriale non permette loro di vivere, i veleni abbondano ancora, le rive dei fossi vengono desertificate, gli alberi sono pochi: i tipici rovi aggrovigliati e spinosi lungo le rogge sarebbero una casa ideale per uccellini e piccoli animali, ma ai produttivi bipedi non piacciono. Giù di tagli e in campagna c’è silenzio. Salvo gli spari della caccia, che purtroppo si fa ancora anche nei dintorni, per fortuna sempre meno; ma nella riserva è vietata. Allora per cantare e fare il loro nido, che è sul terreno fra gli arbusti, gli usignoli si rifugiano qui.  

Le risorgive e i fontanili

La riserva è una delle più belle e preziose di tutto il Parco Sud, creata nel 1983 come Riserva Naturale Parziale Biologica. E' area protetta di interesse comunitario (SIC), inserita nel piano Natura europeo 2000. La Muzzetta è un corso d’acqua artificiale che nasce qui e poi si immette nella Muzza, grande canale che affianca l’Adda fino al Lodigiano per favorire l’irrigazione. La riserva protegge alcuni degli ultimi fontanili della Lombardia, che è ricchissima di acque anche se oggi sono quasi dimenticate o date per scontate, nel susseguirsi di capannoni, strade, centri commerciali e villette a schiera che rende anche la campagna una propaggine della città. Anche per arrivare qui si fa una caccia al tesoro, fra svincoli e insediamenti spalmati dappertutto. E per visitarla bisogna comunque prenotare: normalmente è chiusa, per proteggerla. Molto visitata dalle scuole anni fa per il suo valore didattico, negli ultimi anni è stata visitata poco, l’anno scorso anche per via del Covid. Questo ha favorito i soliti inspiegabili vandalismi anche ai danni del cancello.  Qualcuno sembra proprio odiare tutto ciò che è naturale e sano. Riprendendo le frequentazioni naturalistiche controllate, si spera che calino questi episodi. E che si faccia manutenzione, trascurata negli ultimi anni: il Parco Sud è abbastanza latitante, sparita la Provincia che lo curava; la Città Metropolitana, se c’è, dovrebbe battere un colpo; lo stesso ente Parco Sud sembra scarseggiare di fondi, competenze e volontà.

Nella riserva vera e propria ci sono tre fontanili, il Molino (il più grande di tutta l’area metropolitana milanese), il Vallazza e il Regelada (quest’ultimo ripristinato sulla base di vecchie carte catastali del 1800: la testa del fontanile era andata perduta negli anni). Altri quattro sono nella fascia esterna in terreni privati (Nuovo, Busca, Boscana e Schenone). Pare che risalgano ai secoli XVI e il XVII, quando l’idraulica per l’agricoltura era essenziale per l’economia e la sopravvivenza.

La fascia dei fontanili è nella media pianura lombarda (e veneta). Più a nord, le acque piovane o correnti s’infiltrano nei terreni permeabili e da qui colano sotto terra lungo la direttrice nord ovest-sud est. Più a sud, dove la pianura si abbassa di livello, trovano la fascia sottostante di argille impermeabili depositatasi nei millenni a far da barriera e tornano in superficie o arrivano appena sotto il livello del suolo. Un tempo affioravano liberamente in depressioni del terreno, formando anche paludi, o venivano aiutate dai contadini a tornare alla luce: scavavano e mettevano tini di legno, poi sostituiti da cemento e metallo, per favorire la fuoriuscita. Quella era la testa del fontanile, da cui l’acqua poi formava l’asta del fontanile, per poi defluire lungo le rogge e i canaletti fra i campi. I contadini facevano manutenzione ogni anno più volte per evitare che la vegetazione li soffocasse. Ma era comunque uno scrigno di vita, ciascun fontanile: piante acquatiche che purificano come la lenticchia d’acqua, libellule e farfalle, rane e rospi, tritoni (quasi spariti questi ultimi, soppiantati dall’invasivo gambero della Louisiana che mangia la fauna acquatica), tutti nostri alleati contro gli insetti; uccelli e mammiferi, fiori e api che aiutano l’impollinazione, pesci. Un tesoro, un mirabile dono della natura che abbiamo poi trascurato o distrutto inconsapevolmente.

Sono rimasti pochi i fontanili: un tempo erano centinaia. Le loro acque dolci e tiepide, attorno ai 10-15 gradi anche d’inverno, davano linfa all’agricoltura e in particolare alle marcite, le coltivazioni che resero ricca e prospera Milano e la pianura circostante perché garantivano foraggio tutto l’anno. Poi sono arrivati i concimi chimici e i pozzi che pescano in profondità nella falda acquifera, e il fontanile è stato abbandonato quasi ovunque diventando spesso discarica di rifiuti o ricettacolo di scarichi industriali. Moltissimi fontanili si prosciugarono anche perché le industrie della fascia a Nord di Milano pompavano grandi quantità d’acqua; la falda si abbassò di molto negli anni Sessanta e Settanta, con il boom economico. Ora sta tornando ad alzarsi per la chiusura dei grandi stabilimenti; ma i periodi di siccità sempre più lunghi mettono di nuovo a rischio le risorgive. Perciò in molti punti si cerca di ripristinare i fontanili come misura ecologica per difendere la biodiversità.

Sparendo i fontanili, infatti, si può dire addio alla ricca natura che li circondava rigogliosa. Attorno ai fontanili rimasti, come quelli della Muzzetta, ci sono alberi e piante tipiche degli specchi d’acqua, la tifa e il pepe d’acqua, il giunco e la felce palustre. Anch’esse ormai rare, amiche degli uccelli cui fanno da rifugio e sostegno, e nascondiglio per gli animaletti che vanno a bere.

Sono stato a guardare la bellezza della risorgiva. L’acqua che emerge dal fondo ribolle in mezzo alla polla, specchio d’acqua limpida e pulita, sopra la sabbia e la ghiaia del fondo. Raro trovare acqua così trasparente. Rivela la magia naturale della vita portata dall’elemento liquido, del quale non fa più parte. Da meditare. Oggi siamo in epoca industriale e tecnologica, ma la fonte della vita è sempre quella, anche se non la vediamo più. Dove si può vederla e incontrare la vita selvatica, possiamo ricordarci meglio chi siamo: siamo acqua anche noi, il 70% del nostro corpo è acqua. Guardando l’acqua possiamo vedere il riflesso del cielo sulla terra, ecco perché ci incanta, e la sua trasparenza ci mostra cosa che la terra, la materia, senza acqua è arida e sterile, e muore. Cerchiamo di essere puliti. L’usignolo, se ancora non l’avessimo capito, ce lo canta: stai leggero, puoi andare oltre il deserto e vivere bene.  

 

Riserva naturale Sorgenti della Muzzetta

Dove si trova

Nei comuni di Settala, Rodano e Pantigliate. Tra la strada Vicinale del Duca. i terreni di Cascina Castello e la piccola zona industriale di Premenugo. 

Come ci si arriva

In auto da Milano, SP14.

In treno: Pioltello e poi autobus.

A chi rivolgersi

Le visite sono effettuate solo con guide. 

Punto Parco Cascina Castello oppure Associazione Didattico Museale che gestisce il Polo Botanico di Casa Gola, nel centro abitato di Lucino di Rodano (nei pressi della riserva). Indirizzo: Strada Vicinale del Duca, 20090 Rodano MI, telefono: 02 77405897.  

Un video sulla sorgente>>. 

Altre informazioni utili qui, sul sito dell’Ecomuseo della Martesana, associazione che documenta le aree verdi e protette della zona>>.

Sul Parco di Villa Invernizzi>> 

video: il canto dell'usignolo di fiume>>

 

 

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La famosa invasione dei cervi a Milano

Scritto da Stefano Fusi. Postato in Notizie

La famosa inavsione dei cervi a Milano

La storia del cervo Libero, che arrivò e visse al Parco Nord di Milano, tanti anni fa, e degli altri cervi che ogni tanto compaiono in città. Gli animali non parlano ma hanno molte cose da comunicarci, se impariamo ad ascoltare. E ci possono salvare, se  li salviamo. Ma abbiamo capito che cosa ci vuole dire il cervo?   

<<Caro cervo, non so se sei ancora vivo. So che vivi al massimo vent’anni, forse sei già nelle praterie del cielo. Due anni fa mi sei tornato in mente. Un tuo simile arrivò come te a Milano, intendo il luogo dove ti fermasti per due anni, ricordi? Dove poi ti catturarono per salvarti. Quell’altro cervo invece finì sotto un’automobile, uno di quei cosi metallici che corrono anche più veloce di te con grande rumore. Tu invece ti salvasti, ti portarono in boschi più vasti al Parco del Ticino. Scusa, hai ragione, questi nomi a te dicono poco… noi usiamo nomi, tu definisci i posti in altro modo. Cerco di essere più chiaro. Qui dove stavi nascosto c’erano grandi prati e quei rumorosi apparecchi volanti, non li avevi mai visti da così da vicino; là invece dove ti portarono c’era tanta acqua pulita, un fiume grande con tanti alberi, un fiume che cambiava sempre, le cui sponde ogni anno si spostano e l’acqua può defluire senza finire nelle case degli uomini. Non quel fiumicello stretto fra case e pietroni, tutto pieno di acque sporche scaricate ovunque, un fiumicello sempre uguale ormai, dalle sponde immobili dove camminasti con fatica fino a fermarti quando il torrente è scomparso sotto terra.>>

Forse direi questo, se potessi, al cervo Libero. Memore della fiaba di Buzzati, "La famosa invasione degli orsi in Sicilia". Ma queste storie di cervi in Lombardia non sono a buon fine, tranne quella di Libero. Che ebbe la fortuna di arrivare al Parco Nord, schivando la morte. Arrivò probabilmente dalle Prealpi, forse dalla Bergamasca. Poi dai boschi delle Groane, dove sono stati avvistati dei suoi simili. Giù giù attraversando stradoni e centri abitati, di notte, scese fino a Milano. Incredibile. Fra il 2004 e il 2006 visse al Parco Nord finché non lo catturarono e portarono al parco del Ticino. Là poté vagare nei boschi con meno rischi per sé e per gli umani. Si ipotizzò che Libero fosse arrivato nel parco passando lungo le infide sponde del Seveso, uno dei fiumi nascosti di Milano (l’altro è l’Olona). Unico passaggio praticabile fra gli stradoni e l’abitato. Il Seveso proprio qui sparisce sottoterra dopo aver attraversato l’universo urbanizzato della Brianza ricevendone tutti gli scarichi. Un altro cervo arrivò due anni fa, anch’esso probabilmente lungo quella direttrice. Ebbe meno fortuna e finì contro un’automobile lungo il vialone Fermi, che corre a fianco del parco e dell’Ospedale di Niguarda. Nello stesso anno un giovane cervo finì nel cortile di un'abitazione dalle parti del cimitero di Musocco, e lo scorso febbraio un altro cervo è stato salvato dal Naviglio della Martesana dove era precipitato, a Cernusco sul Naviglio; portato al centro di recupero per animali selvatici dell'oasi di Vanzago, però, è morto subito per lo stress e le ferite. Un altro ancora, in marzo, è finito sotto un auto lungo la Milano-Meda.

Tanti cervi sono in provincia di Varese, arrivati ormai decenni fa dalla Svizzera nelle verdi valli attorno al monte Campo dei Fiori, e si avvicinano all'abitato. Perfino a Gallarate un cervo si inoltrò fra le case. Che cosa significa? Che i cervi stanno aumentando, anche perché i predatori naturali (solo orso e lupo) scarseggiano, ed essi cercano spazi dove diffondersi lasciando il gruppo originario. Ma se sbagliano indirizzo e s'imbucano nelle aree antropizzate finiscono di solito male. Guardando il video della cattura del cervo alla Martesana, poi, sembra di assistere alla scena finale dei Blues Bothers: auto della polizia locale, veterinari, volontari, curiosi tutti attorno al povero cervo che cercava soltanto di sopravvivere. 

La cattura del cervo al Parco Nord, 2006 (dal video indicato in fondo)

TLa storia di Libero, insomma, è destinata quasi sicuramente a restare unica: un cervo che trova un bosco dove vivere a lungo in città. Perché nel frattempo si è chiuso il varco da cui quasi sicuramente passò. Il bosco di Bruzzano dall’estate del 2020 non c’è più. Era lì da trent’anni, quel bosco, realizzato dal Parco Nord. È il parco regionale nato nei primi anni Ottanta che si estende su quasi 800 ettari su più comuni: Milano, Bresso, Sesto San Giovanni, Cinisello Balsamo, Cormano, Cusano Milanino, e da qualche anno anche Novate Milanese con il parco agricolo della Balossa, aggregato al Parco Nord. Quel bosco era un fiore all’occhiello del più vasto parco della metropoli milanese. Ora dicono che sarà "compensato" altrove, sempre nelle aree del parco. Ma per compensare alberi di trent'anni ci vogliono trent'anni, se va bene. Queste "compensazioni" lasciano il tempo che trovano.   

Peccato. Perché il Parco Nord è bellissimo e ricco di spazi naturali veri oltre che di aree a parco urbano classico (vialetti, prati e filari ordinati). Tutti a Milano lo conoscono e frequentano, ma per chi viene dalla parte Sud di Milano, andarci è stato per anni come fare turismo in un’altra città. Adesso è più facile arrivarci perché la metropolitana arriva a due passi e il traffico è ridotto per via del lockdown.

Seveso, il “fiume nero”

Vicino a quel bosco era stato appena realizzato un padiglione scientifico-divulgativo dedicato all’Ossigeno (ironia della sorte) accanto a un nuovo laghetto. Carino. Ma l’ossigeno ora resta sulla carta, a Bruzzano. Il bosco ha lasciato il posto alle “vasche di laminazione” che dovrebbero servire a ovviare alle piene del Seveso, poverello, che  periodicamente allagano il quartiere di Niguarda e dintorni. Dovrebbe: i dubbi sono moltissimi, proposte alternative ragionevoli non sono state prese in considerazione dal Comune e dalla città metropolitana fantasma che dovrebbe affiancarlo: ripulire l’alveo, fermare gli scarichi abusivi, eliminare le mille ostruzioni e rinaturalizzare le sponde… tutte cose che avrebbero richiesto  maggiore impegno, competenza e attenzione; cose che si sarebbe dovuto fare da decenni. Le illegalità sono state migliaia e più, in tutta la Brianza. Case troppo vicine al fiume, cemento e discariche tossiche ovunque. Molti di questi problemi “a monte”, come si diceva una volta, sembrano proprio irrisolvibili: pare che le vasche risolveranno ben poco; altre se ne dovrebbero fare in altri comuni più a Nord. Per certo, purtroppo, condannano invece gli abitanti del luogo a convivere con acque inquinate sotto casa, con pericoli anche per la falda acquifera. Invece di andare alle cause si è fatto lo show di sbancare un bosco pieno di vita, di alberi e di uccelli in pieno agosto. 

 Bresso: lì c'era un grande bosco, ora gli scavi per le vasche del Seveso

Quella del Seveso è una triste storia, paradigma di come il territorio e la natura sono stati e sono gestiti. È un fiume a carattere torrentizio. Ovvero piccolo, e a tratti si riempie d’acqua. Da sempre. Fino ai primi anni Cinquanta aveva acque pulite e ci lavavano i panni. Poi sono esplose le costruzioni umane: case, fabbrichette e quant’altro. Ci si è costruito a due passi, quasi sopra; in diversi luoghi il Seveso ha come argine i muri stessi delle case. È “tombinato” (così si dice in termini tecnici) per chilometri e chilometri. Ridotto a uno scolo, ci si versa di tutto; quasi tutti sono scarichi fai-da-te, illegali, incontrollati. Il povero Seveso è, peggio ancora del Lambro, proprio nel cuore della colossale conurbazione che dalla Brianza corre fino giù a Milano. Nasce vicino a Como e scende verso Sud-Est inabissandosi in questa bolgia. Hai voglia a cercare di rimediare, è un disastro ambientale cui ci siamo assuefatti. E che l’incompetenza ambientale degli amministratori porta alle estreme conseguenze. Per chi volesse affrontare questo tema arduo, sul Seveso segnalo in fondo un articolo del presidente storico dell’associazione amici del Parco Nord. Ci vuole coraggio a leggerlo. Fatelo almeno per pietà verso il povero fiume: è accomunato al paese omonimo dal marchio sinistro di inquinamento e allarme ambientale. La diossina dell’ICMESA, nel 1976, aprì le danze della questione ambientale in Italia. E i suoi rimasugli sono  ancora sepolti da qualche parte, attorno al povero fiume. È notizia di questi giorni che adesso il Seveso verrà controllato con i droni, per individuare gli scarichi abusivi che spesso sono inaccessibili. Era ora. Ma basterà? Leggi qui>>  

Torniamo al cervo. Riusciamo a immaginarci che cosa può aver voluto dire per un grande e fiero animale del genere, attraversare la Brianza? Che cosa può averlo spinto? Quali vicissitudini può aver passato, quale stato di stordimento o di incoscienza può averlo forzato a quel percorso (volendo attribuirgli impropriamente questi stati d’animo in mancanza di parole più adatte: la coscienza animale è diversa dalla nostra, ma esiste). Che cosa può avere provato, restando solo, magari scappando dai fari di notte, spaventato da qualcosa, perdendosi come Dante nella selva, schivando fiere sotto forma di macchine ruggenti sugli stradoni? Infilandosi in un inferno urbano a lui ignoto, lasciando ogni speranza senza alcun Virgilio a guidarlo e rassicurarlo, fino a sbucare a riveder le stelle in un ormai insperato angolo di verde e boschi a due passi dalle case e dall’aeroporto? E fermarsi lì senza fiato dopo giorni di vagabondaggio clandestino fra i rumori assordanti delle strade, fra gli odori umani e gli stridori meccanici, con il fiato sempre più corto e la vista appannata, con gli zoccoli e le zampe affaticate a destreggiarsi fra i pietroni e i rifiuti di cui è disseminato il bordo del fiume, bevendo l’acqua fetida vicino agli scarichi inquinati che costellano tutto il corso del fiume, strisciando lungo i muri che rendono il Seveso una sorta di rigagnolo a lato abitazioni? Altro che Bambi, quello era un cartone animato, questa storia è vera. Però sembra un racconto dantesco: l’inferno del Seveso, il purgatorio del Parco Nord, il paradiso del Ticino.

Un simbolo di nobiltà

Me lo immaginai quando il fatto avvenne e se ne parlò ovunque. Quel cervo sembrò allora un segno importante. Strano, quasi miracoloso. Ogni cosa che avviene in natura è anche simbolica, come insegnano sia le antiche tradizioni sia la moderna ecologia. La comparsa del cervo sembrava dire: la natura selvaggia è arrivata chissà come fino a Milano. La metropoli respirava. Aveva lasciato spazi dove perfino un cervo in fuga pazza poteva vivere. Non i soliti caprioli, più minuti e agili, che vagano nascondendosi più facilmente, ungulati parenti minori, dalla stazza più contenuta: no, proprio il regale cervo. Che nella storia ha simboleggiato fierezza, possanza, collegamento con il cielo (le corna assomigliano ai rami, con i quali l'albero attinge alla luce) e con lo spirito degli antenati, eternità e rinnovamento per via dei palchi (le corna) che cadono e ritornano ogni anno, forza vitale istintiva e indomita… al punto da essere stato per secoli la vittima privilegiata dai reali e dai signorotti che ne fecero loro proprietà esclusiva, vietando ai poveracci di mangiarlo, facendone strage invece loro per sport e per metterlo imbalsamato e ridotto a collo e testa, sulle pareti delle loro ricche magioni. Ciò per vantare la loro forza, l’appartenenza alla stirpe guerriera, come guerriero diventa il cervo quando è la stagione degli amori che condanna i maschi alla lotta per la supremazia e per l’accoppiamento-premio: allora il cervo fa quasi paura con i suoi bramiti clamorosi e selvaggi. 

Quello arrivato al Parco Nord fu chiamato istintivamente Libero dalle guardie ecologiche volontarie che se ne presero cura. Splendide persone che si dedicano a proteggere e tutelare i parchi dai sempre più numerosi visitatori umani. I quali non sempre si comportano bene.

Il cervo se ne stava nascosto. Era difficile da incontrare e vedere. Probabilmente si aggirava fra le frasche vicino all’aeroporto di Bresso, in quell’area del parco dove sono più numerose e vaste le zone naturalizzate: si può camminare per ore nei sentieri fra gli alberi fitti e le radure, perfino un cervo si può nascondere fra i cespugli e mimetizzare fra i tronchi caduti. È uno dei pochi posti a Milano e dintorni dove sembra di essere nei parchi di Londra, quelli periferici, o di Monaco di Baviera. Ma il panorama è migliore: dalla collinetta del parco, realizzata sopra una ex discarica della Breda e dedicata agli operai deportati dai nazifascisti, a due passi dalla città, si vedono sia la metropoli coi grattacieli sia le montagne.

Uno dei laghetti del parco

Questo è uno dei pochi parchi della metropoli milanese dove si seguono (ancora) criteri naturalistici di gestione: gli alberi morti vengono lasciati in terra a nutrire il terreno, quindi la vegetazione stessa rendendo il suolo fertile, gli animali e gli insetti – in una parola oggi in voga, la “biodiversità”. Si mettono nidi artificiali, si limita l’accesso dei cani a solo alcune aree. Si favorisce la vera vita naturale, non la sua rappresentazione giardinesca. Mentre nel resto dei parchi ci si affanna a “ripulire” dove ci sono rami e tronchi morti per terra, rovi e altre piante “disordinate”. E ci si ingegna anche a tagliare alberi vetusti per poi “compensarli” con alberelli per il gusto di gestire e mettere soldi in saccoccia. No, in natura non esistono rifiuti, esistono solo scarti temporanei che poi sono riciclati; e anche gli alberi vecchi e malati svolgono una funzione, anzi molte più funzioni utili rispetto a quelle delle piante giovani. Sono casa per gli animali e nutrono il terreno con le foglie e i rami caduti. Fanno ombra, trattengono il terreno con le grandi radici. Gli alberi vecchi non sono rimpiazzabili, non vanno tagliati. A meno che non abbiano una malattia che si trasmette ad altre piante. Semplice da capire? Non si direbbe, per i megadirigenti galattici delle nostre istituzioni e aziende. Ma anche per i comuni cittadini, visto che la cultura naturalistica in Italia è da sempre una Cenerentola. Eppure siamo il paese al mondo con la massima biodiversità, con il paesaggio più bello e vario. Come per l’arte, ciò che abbiamo di meraviglioso non lo consideriamo proprio. Lo diamo per scontato. E lo perdiamo.

Ecco, il cervo era un segno di questa bellezza indomita della natura. Messa male in Italia ma ancora viva. Con il cervo ha detto: <<Sono ancora qui. Salvatemi.>> Ho avuto solo una volta la fortuna di vederne alcuni da vicino, a tiro di binocolo, al Parco dello Stelvio. Il suo incedere, il suo guardarsi attorno con quell’aria insieme altera e dolce, sono commoventi quanto impressionanti. Emozionano e intimoriscono al tempo stesso. Il cervo è forza ed eleganza al tempo stesso, un essere vivente meraviglioso e prezioso. Pericoloso solo quando lo aggrediamo; dannoso solo quando non ha i predatori a tenerne sotto controllo il numero: allora la sua presenza diventa eccessiva, mangia di tutto, comprese le cortecce degli alberi, danneggiando la foresta. Ma non è colpa sua, appunto; in natura i predatori eliminano gli esemplari più deboli e malati e rinforzano così la specie nell’insieme. È quell’equilibrio naturale che a noi può apparire feroce, ma che non ha nulla da spartire con la vera ferocia, che è solo umana. Quella è naturale, appunto. Non si tratta della legge del più forte, ma del più adatto e adattabile; e il lupo, la lince  o l’orso non sono cattivi, ma devono solo mangiare e tenere in ordine l’ambiente. Cosa che noi non abbiamo certo da insegnargli, anzi.

Il fiuto di Libero l’aveva inevitabilmente portato qui. È naturale seguire l’acqua e il verde, per loro. È vero, il parco è superfrequentato da migliaia e migliaia di persone ogni giorno. Ma è più sicuro, forse, per un cervo, di tutta la pianura intasata soprastante Milano. O meglio lo era. il cervo ci aveva detto: <<La natura c’è ancora. Datele più spazio. Così vi salverete.>> Purtroppo dobbiamo rispondere: <<Cari cervi, cercatevi altre strade. Qui non c’è più un posto per voi. Speriamo che ve la caviate meglio sul Ticino. Per ora non vi meritiamo. Ci avete fatto sognare per un poco, sognare è importante, senza il sogno ci si ammala. È stato un sogno breve, abbiamo da ripulirci da molte malefatte prima di poter godere della vostra nobiltà d’animo e della vostra semplicità. Magari un giorno tornerete, vorrà dire che saremo riusciti a risanarci e a sentire di nuovo i sani istinti, quelli che dicono di rispettare e amare il luogo in cui viviamo, e di fidarci di terra, acqua, alberi e aria più che delle nostre folli pretese e illusioni. Avete provato a dircelo, ma non siamo riusciti a capire.>>

 Uno dei boschi di fronte al Centro Parco

Il Parco Nord: un grande polmone verde per la metropoli

Il parco venne creato a partire dai primi anni Ottanta, in un’area fra le più congestionate del mondo e più industrializzate: basti dire il nome Breda. La gente del luogo decise di salvare le aree dall’urbanizzazione ulteriore, di recuperare le fabbriche abbandonate e tutelare la memoria storica. La politica ufficiale di allora non si oppose più di tanto. I cittadini spinsero e la Regione approvò il parco regionale (i primi nella nostra regione vennero istituiti in quel 1983, dopo anni di campagne da parte delle associazioni ambientaliste e della società civile). Si piantarono alberi e piano piano il parco si formò. In molte parti si decise di lasciare spazi semiselvatici, come nel Boscoincittà creato appena pochi anni prima (ne parlo qui>>  https://bit.ly/2PGJU1I) e come indicato dagli studi più avanzati di urbanistica. Anche i nuovi spazi del parco, realizzati in seguito, rispecchiano questo imprinting: armonia fra parco urbano e parco selvatico, equilibrio fra città e natura. Come le due sponde del laghetto di Niguarda: una è “urbana” con il fraticello, l’altra lasciata alle frasche e alle canne e agli uccelli acquatici. Anche i cani ormai onnipresenti possono correre liberi, ma solo in alcune zone. Si può andare in bicicletta e in monopattino ma le stradine sono abbastanza ampie da non creare rischi di scontri. Anche ciclisti e camminatori slow, naturalisti e birdwatcher hanno d’esistenza grazie ai sentieri che s’inoltrano nei boschetti. Gli animali del parco? Volpi, ghiri e lepri, scoiattoli, gufi e civette, cormorani, Germano Reale, Martin Pescatore, gallinella d’acqua e tarabusini vicino all’acqua, tanti passeracei e rondini, nonché (attualmente) un cigno solitario - strano, di solito stanno in coppia - ormai adottato dai visitatori nel laghetto di Niguarda. I rapaci diurni sono molti; ci sono anche i serpenti, le specie sono quelle il biacco e il colubro. I topi non possono quindi esagerare nel riprodursi! Nei laghetti ci sono altri personaggi abbastanza rari come il rospo smeraldino e il tritone punteggiato, insieme alle molte rane.  

Nel parco c’è e si fa di tutto: dai laghetti agli orti comunitari, dalla villa di Manzoni a Brusuglio  all’educazione ambientale fino ai “Festival della Biodiversità” da quando questo termine non era ancora di moda. Il Parco Nord è gestito da un ente che fa riferimento alla Regione e ai Comuni, con dipendenti, operatori e guardie ecologiche volontarie che lo seguono. È un polmone fondamentale per tutta la zona e per tutta la metropoli. Dove scoprire che esiste anche qualcosa che non è stato costruito da noi, che le piante e gli animali non sono solo sugli schermi delle tv o degli smartphone. Però l’anno scorso la triste vicenda del bosco di Bruzzano l’ha squarciato per la prima volta. Ci si augura che da qui rinasca un desiderio collettivo di comprendere a fondo la meraviglia che ci dona la vita, e di proteggerla meglio.  

Per informazioni

Parco Nord

Il sito dell’Ente Parco con la storia, le mappe e le iniziative ufficiali, educative e di divulgazione 

La mappa 

Sulla storia del parco vedi anche la pagina Facebook dell’Associazione Amici Parco Nord (con le iniziative storiche e attuali per proteggerlo) 

Sul Bosco di Bruzzano la pagina Facebook BressoEcoAttiva

Un video sulla storia del cervo Libero: www.youtube.com/watch?v=D003Mm0AvB8&t=541s

Video La cattura del cervo alla Martesana>>qui

Sul Seveso

“Come il cemento ha reso il fiume Seveso un pericolo”, articolo di Rosy Battaglia su Lifegate, 15 dicembre 2020

“I sette veli del fiume Seveso. uno scandalo”, articolo di Arturo Calaminici, presidente onorario dell’associazione amici del Parco Nord, su ArcipelagoMilano, 28 gennaio 2019 

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La rocca, il vivaio, il bosco, il fiume e la bella fattoria

Scritto da Stefano Fusi. Postato in Notizie

La rocca, il vivaio, il bosco, il fiume e la bella fattoria

C’è un angolo di campagna sorprendente a 10 chilometri da Milano, fra San Giuliano Milanese e Melegnano, vicino al Lambro e attorno a una rocca antica. In un vivaio sono state fatte crescere migliaia di piante per ripopolare oasi e parchi, e attorno a una cascina sono stati piantati oltre 30.000 alberi. Nella cascina si insegna la permacultura, si allevano animali all’aperto, si produce biologico, si costruiscono case con la paglia.

Si trova proprio dove parte il nastro d’asfalto che negli anni del boom collegò Milano con il Sud, di fianco all’autostrada del Sole. A pochi chilometri da Milano, all’altezza di Melegnano ma ancora nel comune di San Giuliano Milanese. Seminascosto fra capannoni e templi della logistica e del consumo, tra caselli e treni dell’alta velocità che stanno già per raggiungere i 300 chilometri all’ora, c’è un angoletto di mondo che va lentamente ma in modo sicuro. L’accelerazione continua che lo circonda lo fa risaltare ancor di più.

C’è una vecchia rocca, ci sono vecchie cascine e campi, c’è perfino un fiume, il Lambro, che arriva qui dopo aver lambito la metropoli (qui ho scritto della sua storia e delle sue vicende>>). In questo angoletto verde si arriva dalla via Emilia, poco prima che incroci Melegnano e sbatta contro la nuova tangenziale esterna Est, ennesima colata d’asfalto fatta per sgombrare un poco la famigerata tangenziale “interna”, ma consumando (o meglio distruggendo) ancora spazi, suolo e vite organiche.

Rocca Brivio

La rocca e il vivaio

Per arrivare in questo triangolo reconditosi si esce dalla via Emilia all’altezza di una trattoria nota nei tempi andati e ancora oggi. Si percorre uno stradino di quelli dove due auto devono scansarsi per passare se si incrociano, con tanto di saluti e ringraziamenti fra sconosciuti: questo è il segno che siamo già in campagna. La rocca che compare davanti si chiama Rocca Brivio. Bellissima nella sua semplicità austera, divenne pubblica decenni fa; vi si facevano iniziative culturali, matrimoni, cerimonie. Oggi il suo futuro è un po’ incerto, ma è divenuta uno dei “Luoghi del cuore” del FAI, il più votato in Lombardia. Del resto, è del 1300, quando si trasformò da presidio militare (per le ricorrenti guerre fra Milano e Lodi) a casa padronale. L’impianto attuale è del 1600, a opera dei marchesi Brivio. Varrebbe bene una visita, si potrebbe godere del suo stile barocco, di un giardino delizioso, della cappella gentilizia, delle sue antiche stanze decorate e degli affreschi, se le si desse la dignità che merita. I cittadini hanno chiesto che le amministrazioni pubbliche che ne sono proprietarie se ne facciano carico. Quasi sfregiata dalla neotangenziale che le sfreccia a poca distanza, sarebbe ancora in grado di stupire. Auguriamoci che si voglia ancora salvare la cultura e la storia. In ogni caso, anche se è quasi sempre chiusa, è bello vederla anche dall’esterno.

Parliamo però del verde meno “nobile” ma molto di sostanza che c’è attorno.

A destra, prima di arrivare alla Rocca, appena dopo un parcheggio, dopo una stradina che corre al bordo dei ruderi di un mulino, c’è una macchia verde. È un vivaio benemerito, il Vivaio ProNatura, dove da decenni si fanno crescere piante da seme selezionate e certificate, con cui si fanno piantumazioni di qualità un po’ dovunque. E si fanno iniziative di solidarietà sociale. Oggi è in parte abbandonato, un po’ come la rocca. Dopo la scomparsa della fondatrice e animatrice, Gabriella Paolucci, alcuni volontari con grandi sforzi stanno cercando di prenderlo in gestione e rivitalizzarlo. Ancora oggi però il vivaio ruspante riesce a rifornire oasi, naturalisti, cittadini che vogliono piantare alberi veri, nati e cresciuti in modo naturale da seme, non da talee come quasi tutti gli alberi “pronto-effetto” che vengono messi dagli amministratori pubblici, i quali li vedono come elementi d’arredo, non come esseri viventi. Gli alberi-cloni di solito sostituiscono alberi vecchi e veri, che intanto ci si industria a tagliare per far cassa o per altri scopi ancora meno nobili. È una bella propaganda, oggi, dire che “piantiamo tot alberi”. Ma che alberi sono? E come vengono messi, tutti in fila e già grandi, trasportati e traumatizzati? La gente sente di averne bisogno, e voilà il marketing elettorale è servito. Beh, chi vuole realizzare un’area naturalistica non di facciata sa che può ancora ricorrere al vivaio ProNatura. Se ha pazienza e spirito non commerciale, ma vuole ripristinare davvero la biodiversità.

La cascina Santa Brera

Girando a sinistra della rocca, invece, e poi ancora a destra, c’è una stradina in terra battuta che porta fino a Melegnano, all’altezza di una cascina dove si fa solidarietà ed educazione ambientale, la cascina Cappuccina. Per arrivarci, da qualche anno, si deve passare sotto alle campate che sopra il Lambro reggono la nuova tangenziale.  E il rumore che si sente non è più quello della campagna.

Ma è di un’altra cascina e dei suoi dintorni che intendo soprattutto parlare.

Per arrivarci si gira a sinistra prima ancora di arrivare alla rocca. Indicazioni: cascina Santa Brera. È un’antica cascina, fra le molte della zona. Poche sono ancora attive, alcune sono state inglobate dalla crosta di cemento e capannoni che s’è espansa lungo la via Emilia. Negli anni Ottanta, la cascina Carlotta di San Giuliano Milanese era fra le poche a voler continuare a coltivare e ci fu una battaglia per difenderne i campi, salvati solo in parte: la cascina fisicamente c’è ancora, con le sue mucche e fragole e qualche campo ma assediata da fabbrichette, strade, magazzini e centri commerciali. Altre cascine sono semplicemente sparite dai radar, cadute a pezzi o divenute sede di altre cose: niente più agricoltura.

La Cascina Santa Brera, più defilata, invece non solo si salvò ma restò a distanza di sicurezza dai centri commerciali sorti come funghi là attorno. E fu scelta per qualcosa di nuovo. Circa vent’anni fa fu rianimata, restaurata secondo i principi della bioedilizia e trasformata in un agriturismo molto speciale da chi la ereditò e decise di farci agricoltura biologica e non solo. In anticipo sui tempi, con grandi difficoltà e andando contro tutte le convinzioni correnti si cominciò a coltivare e ad allevare animali all’aria aperta, a fare orti condivisi e comunitari, ristorazione e iniziative di educazione ambientale e ora anche di asilo parentale in natura. Vi si tengono da tanti anni la Scuola di Pratiche Sostenibili e i corsi di produzioni naturali e di permacultura, una forma avanzata di agricoltura biologica che ha l’intento di migliorare oltre che le produzioni anche l’ambiente e le relazioni nella comunità. Alla cascina c’è anche una casa costruita con la paglia, tecnica di bioedilizia quanto mai ecologica; ci sono le api e c’è la vendita diretta dei prodotti; ci sono le ormai rare mucche della razza Varzese, quasi sparite dall’Appennino, che qui si cerca di salvare anche in accordo con Slow Food. Si curano tanto i terreni produttivi quanto le siepi e gli alberi, che danno rifugio agli animali selvatici, agli uccelli e agli insetti utili. Una bella realtà, su circa 34 ettari “puliti”, fra le più originali e consolidate di tutta l’area metropolitana. Sempre aperta e accogliente, la si può visitare anche da soli o con le guide per scoprire i segreti della natura; è meta molto amata dai ciclisti, dalle scuole e dai bambini che possono vedere gli animali da cortile, liberi in spazi loro riservati: mucche, maiali, asini e polli sui prati, nonché cani e gatti che vagano liberamente come nella bella fattoria della canzoncina. Un’eccezione, in tempi di agricoltura industrializzata e di allevamenti intensivi da brivido.

 La Cascina Santa Brera (foto dal sito della cascina)

Il bosco sul Lambro

Fra tutte queste sorprese, molto rare nella metropoli, la più straordinaria è però il bosco. Piccolo ma molto bello e significativo, è su sei ettari circa, appena fuori dalla cascina, lungo il Lambro. Era un terreno di marcita, seminato poi in modo convenzionale dai contadini ma infine abbandonato. Quando arrivarono i nuovi abitanti, decisi a creare un’azienda agricola biologica, fra i mille problemi dovettero anche affrontare questo. Quel terreno era periodicamente sommerso quando c’erano le piene del fiume. Il Lambro allora era ancora uno dei fiumi più inquinati d’Europa. Quel terreno dunque era in parte inquinato e da depurare, d’altra parte era molto fertile perché gli scarichi organici, paradossalmente, l’avevano arricchito e concimato. In quegli anni erano in procinto di essere potenziati i depuratori che hanno ripulito le acque provenienti dalla soprastante metropoli (oggi qualche chilometro più a nord c’è il depuratore di Peschiera Borromeo che ha ridotto di molto i carchi inquinanti del fiume, e c’è un altro piccolo depuratore a San Giuliano Milanese, proprio vicino, a monte della cascina).

 Le sponde del Lambro e il bosco a Santa Brera

Decisero dunque di farne un bosco, per migliorare la biodiversità e depurare il terreno (alcuni alberi fra cui i pioppi neri fanno proprio questo) e per avere legna da ardere per l’inverno: piantarono dapprima circa 12.000 alberi (negli anni sono diventati 30.000), sia di specie da usare come ceduo tagliando alcuni alberi per l’autosufficienza energetica, sia di specie da lasciare crescere liberamente. Piantarono soprattutto pioppi neri, ontani e olmi di diverse varietà, e molte piante arbustive come i prunus mahaleb, i “magaleppi” (noti anche come “ciliegio di Santa Lucia” o ciliegio canino), per arricchire il sottobosco e impedire con la loro ombra una crescita eccessiva di erba. Ma l’inizio dell’impresa fu una vera lotta, poiché la fertilità del suolo favorì anche rampicanti molto aggressivi, come il luppolo selvatico. Questi indesiderati aggredirono gli alberelli che per la maggior parte erano alcuni poco più di un metro: si dovette liberarli uno per uno, a mano. Appena liberi s’alzavano di slancio e resistettero fino a prosperare. Inoltre, per scelta ecologica contro la plastica, non erano stati usati gli shelter, i ripari messi alla base del tronco che proteggono i piccoli fusti dagli animali selvatici. Si usarono invece prodotti ecologici (pacciamature con juta e paglia della cascina), si mise la calce più e più volte sulla base dei piccoli alberi per proteggerli. Furono scelte più faticose di quelle standardizzate che si usano normalmente per riforestare; lavori più intensi e accurati, furono premiati sia sul piano ambientale che naturalistico. Oggi il bosco è vigoroso e molto vitale, pieno di animali selvatici (uccelli e rapaci notturni, volpi, conigli e minilepri). È un bosco importante per l’aria e la fauna umana e non umana, l’unico lungo il Lambro da queste parti. La caccia ha creato problemi in paassato ma ora è vietata. Unici problemi, i cani spesso sguinzagliati di un vicino centro cinofilo, i quali rischiano di allontanare gli animali selvatici, e la necessità periodica di ripulirlo dai rifiuti solidi portati ancora dal fiume, per l’inciviltà persistente e la mole di residui della soprastante metropoli.

Il bosco di fianco alla cascina

La vita però qui è tornata. Tanti ci vengono per visitare Milano senza dover dormire in città; tanti della città ci vengono per comprare le verdure e le uova appena raccolte, coltivare l’orto, fare due passi in campagna e perché no, vagare anche per un breve tempo in un vero bosco, dove si riesce a immaginare concretamente come doveva essere  la vita prima della meccanizzazione totale, e si vede come dovrebbe essere in alternativa all’impero dell’industrializzazione spinta delle campagne.

La storia di questo angolo rinato sul Lambro si potrebbe riassumere con le parole della canzone di De Andrè: “dal letame nascono i fior”.

Informazioni

Come ci si arriva

In auto e in bicicletta dalla via Emilia, appena prima di Melegnano (ingresso all’altezza della Trattoria La Rampina).

In bus con l’autobus da San Donato Milanese (MM3) a Melegnano.

Cascina Santa Brera

www.cascinasantabrera.it, tel 02 983 8752

Scuola di Pratiche Sostenibili

www.scuoladipratichesostenibili.org

Vivai Pronatura

www.vivaipronatura.it/ (visitabile solo previo appuntamento, tel 3293615117)

Rocca Brivio

La Rocca attualmente è chiusa al pubblico.

Rocca Brivio>>

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il riccio e il mandala delle erbe al Parco dell'ex Paolo Pini

Scritto da Stefano Fusi. Postato in Notizie

Il riccio e il mandala delle erbe – natura e arte al Parco dell’ex Paolo Pini, Affori

Un bellissimo parco in città ospita iniziative ecologiche, culturali e di solidarietà sociale nell’area che un tempo fu il manicomio, ad Affori. Un polo di vera eccellenza milanese, gestito da associazioni e aperto a tutti. Con tante sorprese per chi non vi ha mai fatto capolino: il mandala delle erbe e il Giardino degli Aromi coltivato con le piante officinali, gli animali selvatici, il museo d’arte, l’unica scuola di agraria a Milano, tanti grandi alberi e gli orti comunitari.       

“Da vicino nessuno è normale”. Versione moderna di “Lasciate ogni speranza…”, o significa proprio il contrario? Il dubbio resta, quando si arriva al Muro e si legge quella scritta. La grande muraglia è ad Affori, estrema periferia a nord di Milano. Un diaframma che tentava di separare due mondi, che però la poesia, l’arte e la natura hanno ora simbolicamente abbattuto. Il muro fisico, però, resta. Si esce dalla metropolitana o si scende dal treno, si sale all’ombra di recenti funghi di cemento giunti tardivi ad allettare e allietare la zona e come sempre tristemente semivuoti, si cammina pochi attimi ed ecco il Muro. Ma le porte oggi sono aperte. Dentro ci si cura e si sta bene, in tutti i sensi, mentre un tempo, nel manicomio,  solo urla e stridor di denti.  Il muro di cinta impediva ai pazienti di uscire e ai “normali” di entrare e vedere. Contando sul silenzio di chi lo poteva oltrepassare perché ci lavorava o andava a trovare i parenti. Per carità di patria, per vergogna, chi passava stava zitto, o dimenticava presto.  

L'ingresso del Parco dell'ex Paolo Pini

Affori rimase lontana dal centro della città finché non ci arrivò, nel 2016, la metropolitana, cucitrice di storie. Era lontanissima un secolo fa, quando si decise  di costruirci il Manicomio. L’ospedale psichiatrico. Erano tempi di tardo positivismo. La Ragione e la Scienza con le maiuscole, il Progresso, proiettavano al di fuori di se stessi altrettante maiuscole: una di queste, la Follia.  Non le piccole follie che ciascuno di noi vive quotidianamente senza accorgersi: no, proprio la Pazzia, contrapposta alla Sanità mentale. Bene e Male, Ordine e Caos, Vero e Falso. Eccetera. Oltre il muro, finirono quelli che non capivano la differenza. Che sentivano tutto senza pelle. I matti, si diceva allora. Quelli che “davano scandalo”, scrivevano proprio così. I pericolosi, gli aggressivi. Marchiati a vita. Alcuni ribelli. Soprattutto di sesso femminile. Allora era… normale essere considerate anormali se si andava in confusione, se ci si ribellava alle botte e alle angherie del marito, se si aveva una sessualità “poco controllata”. Chi restava fuori chiudeva la porta e spegneva la luce. Lo racconta un’ospite del Paolo Pini divenuta illustre, Alda Merini. La poetessa, “pazza della porta accanto”, che ne uscì fisicamente dopo 10 anni ma non ne uscì mai nello spirito, anzi si portò il manicomio nel cuore e sulla punta delle dita. Facendone dono con le sue poesie. Non c’è una targa a suo nome, è ancora un mezzo tabù quello che successe qui dentro, come quello che successe nei manicomi in tutta Italia. Fino a che cominciarono a mostrarsi crepe nel dogma psichiatrico, Tobino non raccontò delle Libere donne di Magliano, Laing non parlò dell’Io diviso, Basaglia non cominciò la sua rivoluzione a Trieste contagiando tutta Italia. Oggi ci sono gli psicofarmaci al posto delle camicie di forza, l’intrattenimento di massa e lo scandalo programmato delle star al posto dell’elettrochoc (che però esiste ancora, oggi ribattezzato pietosamente terapia elettroconvulsivante). Chi soffre di paranoia, schizofrenia e affini ha modo di inventarsi una realtà parallela nella quale imbozzolarsi a casa propria, senza fare troppi danni al prossimo (alcuni però arrivano a essere Presidenti e potenti, è sempre successo, ma questa è un’altra storia).

Oltre il muro, l’incontro

Il muro oggi è poroso. Racchiude un Paese delle meraviglie in miniatura. O meglio, una Olinda, una di quelle “città invisibili” di Calvino: “Un’Olinda tutta nuova che nelle sue dimensioni ridotte conserva i tratti e il flusso di linfa della prima Olinda e di tutte le Olinde che sono spuntate una dall’altra, e dentro a questo cerchio più interno già spuntano – ma è difficile distinguerle – l’Olinda ventura e quelle che cresceranno in seguito.” Olinda è diventato il nome dell’associazione che traghettò i dannati fuori dal manicomio e i sani dentro, negli anni Novanta, dopo la legge Basaglia che chiuse i manicomi, in gran ritardo sulla legge stessa.

Negli anni Sessanta qui c’erano 1200 persone segregate, 400 ancora nel 1999. Oggi questo posto è una terapia collettiva per tutta la città. Aperte le porte allora invalicabili, ospita servizi sanitari del vicino ospedale Niguarda ma soprattutto un bellissimo parco segreto e alcune delle esperienze sociali e culturali più importanti di Milano, prese a modello in tutta Europa come esempio di integrazione fra i “matti” e i “normali”. Quando si aprì, arrivarono 20.000 persone a festeggiare. Un evento bellissimo e storico. Da allora il bar e ristorante Jodok e il parco sono un luogo di ritrovo e socialità fra i più originali e significativi per i milanesi e non solo. 

La “follia” del verde e della solidarietà

Oltre quel muro ci sono molte cose che per l’efficientista Milano sono “anormali”. Verde e aria pura. Grandi alberi, alcuni quasi secolari, animaletti selvatici, orti comunitari. Silenzio e contemplazione. Arte sui muri, non graffitara ma d’autore, e solidarietà. Un teatro, il Teatro Cucina, dove recitano i ragazzi delle scuole divertendosi un sacco con esperienze molto dinamiche, dove gridano e urlano e recitano e danzano, e li vedi strabiliati con le facce di tutti i colori a stare insieme con entusiasmo. Dove mai a Milano? C’è anche l’unico istituto superiore di Milano per l’agricoltura, il Pareto, misconosciuto quanto prezioso, capace di accogliere tanti ragazzi "strani" che vorrebbero lavorare con le piante, fare florovivaismo, giardinaggio e agriturismo. A Milano. Un ostello dove lavorano persone diversamente abili e alcuni ospiti delle comunità terapeutiche (quelli che vivono il disagio non si chiamano più matti, non li si punisce più bollandoli; ma chi soffre ha bisogno di una protezione e di aiuti).

 Il Mandala delle erbe al Giardino degli Aromi. Il Mandala è una rappresentazione artistica di origine indo-tibetana, propria della tradizione sia induista che buddhista. È un cerchio sacro nel quale sono raffigurate divinità e forze del cosmo. Viene realizzato in meditazione e per la meditazione; al termine della cerimonia viene distrutto a rappresentare l’impermanenza di tutto ciò che esiste. Tuttavia il Mandala è diventato anche un tipo di opera artistica "secolarizzata", ovvero permanente, che ispira a trovare il proprio centro nel mondo e il proprio ordine interiore. In questo caso è stato realizzato con la vegetazione, come a dire che il centro della nostra vita è la natura. Che noi siamo natura. 

Il “disagio della civiltà”, diceva Freud ai suoi tempi. Gli istinti repressi che sbalestrano chi non riesce facilmente ad adattarsi alle norme stabilite. Quel disagio è di molti. Molti di più di quello che si lascia intendere. Nell’inconscio di tutti, più o meno. Per tutti, ma soprattutto per le persone sensibili, è causa d'ansia vivere in un mondo meccanico, anonimo, astruso. Vengono in mente parole ormai desuete come ingiustizia, sfruttamento, emarginazione. Parole che sembrano sparite dal vocabolario ufficiale; qualcuno disse che il Diavolo ha successo quando si occulta, o qualcosa del genere. In termini psicanalitici, tutto questo viene "rimosso". Sprofonda al di là dei muri della mente. E dei muri che essa materializza.  

Fra questi viali di alberi ombrosi ai tempi della Merini potevano passeggiare solo quelli che facevano parte del personale, gli altri erano chiusi a chiave nei padiglioni. Quando le fu permesso di uscire nel giardino andò in estasi. Lo racconta nel libro “L’altra verità – Diario di una diversa”. Oggi si sa che il verde aiuta la guarigione, che esiste una deprivazione da ambiente naturale altamente dannosa per l’equilibrio psicofisico e per le relazioni sociali. Qui dove c’è un Hospice per i terminali, poco dopo la porta del Muro, hanno fatto un giardino terapeutico. Il lockdown lo viviamo già da tempo, rispetto alla natura. E fa male.

Una delle opere d'arte sui muri dei padiglioni

Esperimento di ecologia umana

Qualche segno della storia e delle anime del posto c’è, eccome. Volutamente. In questo straordinario esperimento di ecologia umana, ogni cosa ha una funzione. Sui muri degli ex-padiglioni compaiono figure che non hanno nulla a che fare coi graffiti pirata o quelli approvati socialmente nel resto della città. Sono singole opere d’arte, fatte da artisti spesso con l’aiuto di persone che vivevano o lavoravano qui. C’è un signore seduto su una sedia che mangia una lucciola perché spera, forse, di avere le idee più chiare. Un albero fatto di ceramica. Dei mandala luminosissimi che incorniciano le finestre dove si affacciavano i ricoverati: per riverberare la loro forza interiore, sono aure energetiche, spiegano alla visita guidata. Affacciandosi, i malcapitati s’empivano di luce e così apparivano agli altri. C’è una cappa di cucina sostenuta da teste statuarie. Un monaco Shaolin rovesciato, in equilibrio sulla testa. Ci sono piccole scene ermetiche, stile fumetto che preannunciano l’attuale voga delle graphic novel. Un grande “fiore fuori di zucca”, così fu intitolato dal coautore, il paziente che collaborò con l’artista, che scaturisce da un volto arcano. C’è una “Danza macabra” di ispirazione medievale ma attualissima, inquietante,  fatta in trance da un artista che poi avrebbe voluto che fosse cancellata, ma fu convinto a lasciarla: figure nere, furibonde ed estatiche, che vivono la loro passione primordiale per la vita e la morte. Come negli affreschi di molte chiese medievali, ricordano l’effimera realtà dell’esistenza. Questo ed altro sui muri esterni; nell’atrio dell’ingresso, che è parte del Servizio sanitario, e sulle scale, persone dipinte nella loro camicia di forza, potenti nello sguardo e nel gesto. Nello spazio all’aperto subito all’interno, grandi foto ritraggono in gruppo i protagonisti di quella piccola-grande rivoluzione che aprì le porte del luogo. Poi c’è il Museo d’Arte vero e proprio, con una collezione d’arte importante internazionale di opere di oltre 140 artisti, i le botteghe di arteterapia e i laboratori musicali ed espressivi. Gli interventi artistico-sociali sono stati realizzati con il contributo di artisti di calibro, tra cui Enrico Baj ed Emilio Tadini, insieme ai pazienti dell’ex ospedale psichiatrico e agli operatori sanitari. Il museo si visita sotto la guida di operatori, volontari e ospiti delle strutture, che raccontano ciascuno un pezzo della storia. Gli studenti dell’Accademia di Brera vengono qui a restaurare alcune opere murali.

 Opera d'arte all'ingresso di uno dei servizi sanitari

Installazioni naturali e vite ricucite

Al Giardino degli aromi, appena più in là, c’è il Mandala vegetale e ci sono installazioni naturali molto particolari, rilievi di terra e rami che sono allo stesso tempo arte e protezione per il suolo. Più avanti, gli orti e le serre, gli istituti professionali e deliziosi angoletti simil-agresti, una casetta-salotto sull’albero dove passare neghittosamente ore proficue all’insegna del motto “perdere tempo è guadagnarlo”.   

Il "salotto sull'albero"

Al Giardino degli aromi lavorano persone qualsiasi e persone in difficoltà, sotto la direzione di una schiera di donne intraprendenti. La teoria è che ciò che fa male alla mente è il “distanziamento sociale” dalla natura e dagli altri; che stare nel verde, riconnettersi ai ritmi lenti della natura  e coltivare rassereni e curi le ferite, riempia di senso la vita, faccia del bene anche sui piani sociale, culturale e spirituale. La pratica è la stessa. Campi di esperienza per grandi e bambini, laboratori e seminari sugli orti urbani e l’animazione, un laboratorio dove si essiccano le erbe raccolte, si confezionano e vendono prodotti officinali a chilometro zero-per-davvero! Stando bene attenti a non infastidire la fauna che si è formata attorno: volpi, ricci, civette, falchi, galline, conigli, cicale, lucciole.

 Gli uccelli del parco

 Il Giardino degli Aromi è anche promotore di importanti iniziative per l’ambiente. Qualche tempo fa si studiò il modo di realizzare un corridoio per i ricci, affinché potessero passare in sicurezza da qui al vicino Parco Nord e alle altre aree verdi, per continuare ad aiutarci eliminando come da par loro gli insetti nocivi. Il progetto è “riconnettiMi”, lo slogan è “perché un riccio passi per il Nord Milano”. Il riccio fu scelto come simbolo perché è piccolo, lento, minacciato dal traffico stradale: ha bisogno di muoversi su almeno due ettari di spazio. Per tutelarlo serve che le aree verdi non siano divise fra loro ma collegate e raggiungibili in sicurezza, che siano selvatiche ovvero non ordinate e spoglie ma ricche di siepi, arbusti e piante spontanee dove gli animaletti possano rifugiarsi. Proprio come noi umani. Ne abbiamo abbastanza di traffico, cemento e asfalto, abbiamo bisogno di frescura, silenzio e quiete, alberi e frasche, farfalle e animali.

Il riccio è anche un nostro alleato: è un insetticida naturale, tiene sotto controllo gli insetti e le loro larve di cui si nutre; mangia anche chiocciole e lumache, a volte topolini e rettili. Va in letargo e quando si rianima all'inizio della primavera è quanto mai a rischio, ancora un po' stordito e più lento del solito. Perciò bisogna andare lentamente in auto, nei pressi di prati e aree verdi, soprattutto di notte: si rischierebbe di schiacciarli. 

Colmare le falle ecologiche

RiconnettiMi è un progetto importante per collegare fisicamente fra loro i parchi della zona, densamente urbanizzata, grazie a corridoi ecologici, sentieri pedonali e piste ciclabili: il parco agricolo della Balossa, a Novate (oggi divenuto parte del Parco Nord); il grande Parco Nord stesso, uno dei più importanti della metropoli (ahimè intanto deprivato di molti alberi a Bruzzano per costruirci le vasche di esondazione per il Seveso: na parlerò in un altro articolo); il parco di Villa Litta sempre ad Affori; gli altri parchi della zona Bovisa-Quarto Oggiaro. E prima di tutto per collegare al parco dell’ex Paolo Pini l’altro parchetto semiselvatico che si trova proprio al suo fianco: era un pioppeto e lì vicino coltivavano il grano destinato anche a quella città-nella-città che era l’ospedale psichiatrico.

Anni fa, quando ancora esisteva, la Provincia di Milano non pensò di meglio che costruire proprio qui, con il solito specchietto delle allodole dell’housing sociale. In evidente crisi d’astinenza, volevano volumetrie su quei miseri 10 ettari scampati; fosse stato per loro, avrebbero fatto ombra anche alla serra del Pareto, impedendo agli ortaggi di maturare e agli alberi da frutto di vedere il sole. Del resto, in via precauzionale lasciavano la serra chiusa sotto chiave e priva di fondi, al punto che i professori la occuparono insieme ai ragazzi, per poter far toccare con mano la terra e le piante agli studenti. In fondo era un istituto professionale per l’agricoltura e senza serra non aveva molto senso. Poi si capì il perché di questa altrimenti inspiegabile negligenza: quando si vede qualcosa lasciata andare in malora c’è sempre puzza di bruciato. Allora, alla notizia di questo solito, possibile avanzamento della crosta di cemento, si mossero gli abitanti e i frequentatori della zona, si diedero il nome di “Seminatori di urbanità” e fecero il diavolo a quattro per sventare il colpo. Ricordo una manifestazione ruspante nell’ex pioppeto con un nido fatto di rami a simboleggiare il permanere della vita; e un incontro presso il Comune dove l’esimio assessore provinciale sosteneva con la sicumera tipica del metrocubista che la cosa si sarebbe fatta comunque ed escludeva qualsiasi ripensamento nonostante il parere opposto di tutti o quasi, scuole associazioni cittadini e così via. Allora si percorse il parco in lungo e in largo con bande e fotografie, filmati e feste per bambini. Nel frattempo la Provincia si inabissò nella Città metropolitana e non se ne seppe più nulla, con sospiro di sollievo. Ora è chiamato Parco POP (Oltre il Pioppeto). Ma non si sa mai, a Milano nel verde, sembra si debba sempre stare “come d’autunno sugli alberi le foglie”.  Furono raccolte 23000 firme, si lanciò appunto il progetto RiconnettiMi. Ora sembra più vicino l’obiettivo di salvare e gestire in modo naturalistico il parco POP, c’è un impegno del Comune in questo senso ribadito l’anno scorso. Speriamo. In fondo all’articolo riporto un testo che presentò il Progetto RiconnettiMi.

  

Manca la natura, è emergenza spirituale

Tornando all’ex Paolo Pini, dal cui humus hanno preso vita queste sanissime proposte. La natura è anche spirito, e viceversa. Racconta sempre la Merini che c’erano in manicomio anche persone che ci erano finite perché avevano visioni e apparizioni. Anch’esse erano un pericolo per l’ordine costituito? Già, siamo in tempi di "emergenza spirituale", spiegò lo psichiatra Stanislav Grof,  studioso non ortodosso degli stati di coscienza, fra i padri della psicologia umanistica e transpersonale (quella che studia anche i contenuti “sacri” della mente, i traumi dovuti alla mancanza di relazione con la propria parte spirituale; mentre la psicanalisi classica si occupa del subconscio, questo filone si occupa anche del superconscio). Tante persone stanno facendo queste esperienze in tutto il mondo, come fossimo tutti sull’orlo di rivelazioni imminenti sui tempi che viviamo. Quando si ha l’incoscienza o il coraggio, secondo i punti di vista, di raccontarlo, si viene bollati, oggi come un secolo fa. Gli psichiatri umanisti e gli psicologi transpersonali lo sanno, non si accontentano della psichiatria ufficiale che è un po’ come la medicina ufficiale, negazionista dello spirito e dell’energia naturale. Ma il materialismo ottuso considera ancora chiunque devii dalle coordinate consuete come “fuori dalla realtà”. Come se la realtà fosse solo quella misurabile (da chi e come, poi?). Da una parte c’è la materia, dall’altra la fantasia, dicono. Mah. Sarà vero? Viviamo in un grande sogno. Come tutti i sogni, è reale anch’esso, a livello individuale; e lo diventa anche a livello sociale se gli crediamo in tanti. Qualcuno sogna di fondersi con le macchine, e avviene davvero; altri sognano di fondersi con i fiori, come gli hippies e la pazza del Naviglio. Per farlo, questi ultimi dovevano finire all’ospedale psichiatrico; oggi, non si sa. Siamo sicuri che Milano non dovrebbe essere, almeno un poco, pazzerella in questo modo, se è questo essere pazzi? Siamo tutti un mandala artistico e sociale, una creazione bella e fragile, temporanea, delicata quanto irresistibile. Per fortuna c’è l’ex manicomio a ricordarcelo.

Parco dell’ex-Paolo Pini

Come ci si arriva

Con i mezzi: metropolitana MM3 Affori Nord; treni Trenord Affori Nord; autobus 40 via Litta Modignani

In auto o in bicicletta:  come sopra

Indirizzo: via Ippocrate 45

Apertura

Aperto al pubblico tutti i giorni dalle 8 alle 19.

A chi rivolgersi

Associazione Olinda 02 662 006 46 Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Il Giardino degli Aromi  Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.  –  Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.  tel 320.579.5295 o 02.66.203.319 (anche su Parco POP – oltre il pioppeto)

MAPP Museo d'Arte Paolo Pini c/o ex Ospedale Psichiatrico Paolo Pini
Padiglione 7, tel 02 6444 5392/5326, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Progetto RiconnettiMI: http://riconnettimi.blogspot.com

RiconnettiMI è il progetto che i Comuni di Cormano, Milano, Novate Milanese, il Parco Nord Milano e l’allora PLIS della Balossa, ora parte occidentale del Parco Nord Milano, insieme all’Associazione Il Giardino degli Aromi hanno inoltrato alla Fondazione Cariplo in risposta al bando per le connessioni ecologiche del 2014, ottenendo il cofinanziamento richiesto. Nasce dalle attività che gli abitanti dei quartieri e le associazioni hanno promosso prima dell’avvio del progetto. Nel 2013 sono state raccolte oltre 23.000 firme per la cancellazione delle previsioni urbanistiche sull’area dell’ex Ospedale Psichiatrico Paolo Pini, che comportano la distruzione degli orti comunitari gestiti dal Giardino degli Aromi, parte dell’area dell’Istituto Superiore V. F. Pareto e il Parco POP (il bosco della Bovisasca).

Questa area è di grande importanza naturalistica ed è un nodo fondamentale della connessione ecologica RiconnettiMI cerca di rispondere quindi a minacce di tipo ambientale, in particolare il consumo di suolo, e sociale in un contesto cittadino ad elevata densità di popolazione dove sono previste ulteriori intense urbanizzazioni. L’ambito di studio riguarda un territorio fortemente urbanizzato posto a nord di Milano, in cui le trasformazioni del suolo sono avvenute in modo disorganico, ma in cui sono presenti diverse aree (grandi e piccole) con rilevanti valori naturalistici e con una forte identità sociale.

Il progetto promuove e rafforza la comunità urbana che viene coinvolta direttamente nella sperimentazione di un’attività partecipata di studio della biodiversità, di progettazione e cura di spazi verdi funzionali alla rete ecologica. L’associazione onlus il Giardino degli Aromi, partner del progetto, promuove inoltre un sistema di economia locale sostenibile e di inclusione sociale di persone con rilevanti fragilità sociali, costruisce e rafforza la rete delle interconnessioni con i quartieri limitrofi sia dal punto di vista sociale che ambientale. Un percorso collettivo che costruisce una comunità reale da oltre vent’anni. RiconnettiMI è oggi uno studio di fattibilità che vuole mettere in evidenza le qualità ecologiche presenti, riconnetterle a Parco Nord e realizzare trame verdi verso la Bovisa. All’interno di questo territorio è presente un sistema di aree libere, sia strutturate come parchi, giardini pubblici e privati, sia potenziali come aree residuali, brownfield, verde condominiale. Lo studio di fattibilità ne ha esaminato i caratteri ecologici (suolo, flora e fauna), le potenzialità di connessione e gli interventi necessari per costituire la rete ecologica locale, che in un ambiente così urbanizzato può realizzarsi anche grazie alla rete sociale che la sostiene, per un beneficio comune per la natura e le persone. Si può affermare dunque che la rete sociale può, in alcuni casi ben localizzati, rammendare le falle della rete ecologica (effetto mending). Diventa quindi essenziale l’aspetto di coinvolgimento, comunicazione delle finalità del progetto e corretta istruzione (training) delle comunità coinvolte.