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WILD MILANO

Scritto da Stefano Fusi. Postato in Notizie

 

Conoscere e vivere il lato selvaggio della metropoli. Oasi, boschi, parchi periurbani, laghetti e fontanili, alberi e animali. La natura spontanea da salvare, le iniziative di forestazione, i corridoi ecologici.
A cura di Stefano Fusi.
 
I dettagli e la mappa: leggi qui http://bit.ly/38Vs9CU
 
Gli articoli
 
La volpe alla Ciribiciaccola.
Racconto del parco della Vettabbia, davanti a Chiaravalle, e del vicino parco dell'ex-Porto di mare. Un angolo di città a due passi dal centro che sta tornando naturale attorno alla magnifica abbazia
 
La cicogna al parco del Ticinello
Uuna meraviglia naturale, storica e culturale di Milano, il Parco del Ticinello, dove ci sono le ultime marcite ed è arrivata anche la cicogna. Da conoscere e salvare: dopo 30 anni di battaglie per conservare la campagna, ora vogliono tagliare alberi e farne un parchetto addomesticato, con stradine e luci notturne, facendo fuggire uccelli e lucciole. 
Leggi tutto qui: http://bit.ly/3ooYmba
 
Il capriolo nell'oasi del rospo
Benvenuto a Milanocity!!! Li avevo incontrati finora in montagna e nei boschi. Ma in tempi di lockdown, gli animali si sono avvicinati. Questo è il primo capriolo che passa non si sa come il confine della tangenziale! Erano in due, uno se n'è andato ma l'altro resta nell'Oasi Smeraldino a Valleambrosia di Rozzano: 22 ettari di natura protetta, una piccola e bellissima giungla a pochi chilometri dal centro. Non è facile vederlo (e non è necessario infastidirlo o spaventarlo: basta sapere che c'è), le visite sono poche e guidate.
Leggi tutto qui https://bit.ly/34hBJ0u
 
Il Laghetto fatato
La nuova oasi verde nell'ex cava a Trezzano sul Naviglio, presso Muggiano, appena oltre la tangenziale ovest. Un gioiellino selvatico aperto l'anno scorso dai volontari dove si può godere il tramonto, preparare un asilo nel bosco, meditare, andare in canoa e immaginare di essere... proprio dove si è! Una bella storia di natura recuperata e protetta che dà fiato alla metropoli
Leggi tutto qui http://bit.ly/2X8dPR7
 
Bambini e conigli sotto i cavoli, ovvero La foresta da mangiare!
La Food Forest e la Comunità di Sostegno all'Agricoltura. Un orto comunitario molto speciale dove si può partecipare, coltivare e poi raccogliere verdure e ortaggi molto buoni e croccanti, bio ma senza i prezzi da gioielleria dei negozi... e si piantano alberi per un piccolo bosco, si portano i bambini perché vedano che i cavoli non nascono nei supermercati

 


 
 
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La cicogna, la rana e il bradipo, ovvero la campagna in città: il Ticinello

Scritto da Stefano Fusi. Postato in Notizie

La cicogna, la rana e il bradipo, ovvero la campagna in città: il Ticinello

Nei giorni del Fuori Salone - quando ancora non è arrivato il Virus -  la città scoppia di eventi, feste, presentazioni a celebrare gli Arredi e il Design che giustamente danno lustro a Milano. Tutto bello e trendy, l’economia che gira, la nuova Milano modello Expo che si mette in mostra, attrae, seduce, alla caccia delle Occasioni e del Futuro. La città-vetrina, nel bene e nel male. Per evitare il casino, come si dice da queste parti, in quei giorni invece noi del club del Bradipo camminiamo in campagna, come presaghi dell’era-covid che in seguito ci avrebbe obbligati a distanziarci.

Mi chiedete che cos’è il club del Bradipo? Uff, già parlarne mi stanca. Ma faccio uno sforzo. Ne scrissi la prima volta mi pare ben 30 anni fa, e ancora 13 anni fa, non stressatemi troppo. Va bè, se proprio devo. È un club moooolto esclusivo in questa metropoli frenetica, poco noto perché non fa nulla, né proselitismo né eventi, niente tessere né attività, semmai passività. Infatti s’è eclissato. Quando lo fondammo, in tempi ormai remoti, in un impeto malsano di iperattività uno voleva fare il presidente, ma già quel fare lo escluse in partenza dalla candidatura, che s’inabissò all’istante fra i lazzi. Nel seguito della bevuta conviviale che aveva favorito quel parto ideale, ci fu un altro rigurgito poco bradipesco e io fui incaricato in deroga al non-regolamento di parlarne e scriverne. Accettai con riserva il sacrificio dall’autoescluso presidente subito dimessosi, e vi tenni fede agendo come il bradipo, ovvero facendo poco o nulla salvo blaterarne ogni tanto con qualche amico. Come per magia, però, scritte inneggianti al bradipo apparvero nei mesi successivi sui muri dell’Università di Pavia occupata dagli studenti: “Il bradipo è lento ma feroce”, se ben ricordo, e sui muri della circonvallazione a Milano (“bradipo libera tutti”). Ma giuro che noi fondatori non avevamo fatto proprio nulla, anche perché praticamente ci eravamo già sciolti dopo pochi giorni e ognuno si era già rimpiattato sul proprio ramo.   

Noi bradipi, per farla breve e per non contraddire allo spirito guida del bradipo appunto, noi bradipi dicevo,  senza bisogno di andare lontano da casa, meditabondi, ci aggiriamo tuttora piano piano fra gli alberi, tenendo fede al motto solvitur ambulando, ovvero (libera traduzione) “le cose si risolvono camminando”. Anche a Milano, da semiclandestini, mentre altrove le folle movidano e selfeggiano stipate. E per camminare bene con calma solitari o quasi e lentamente, serve un bel luogo, rilassante e accogliente, possibilmente silenzioso anche se non deserto. Eccoci allora qui a due chilometri da casa in linea d’aria, vicino alla cascina Campazzo, nel parco del Ticinello, periferia sud dalle parti di piazza Abbiategrasso. Ci arriva anche la metropolitana, adesso, è a 400 metri da qui. Ci si può giungere velocemente, alla faccia del simpatico animale arboricolo sudamericano. Siamo a neanche quattro chilometri in linea d’aria dal Duomo. Al Ticinello, appunto. Il nome del parco non c’entra nulla con il fiume Ticino, viene dalla denominazione di un “cavo” ovvero un piccolo corso d’acqua artificiale che passa per queste plaghe e le irrora.

 

Le marcite e l’agricoltura a dimensione umana

Dal solito quartiere residenziale si entra immediatamente in piena campagna. Non una campagna abbandonata, non un luogo selvatico al 100%, ma una campagna prospera che è un monumento vivente al nostro passato e una speranza per il futuro, un bene culturale oltre che ambientale. Che va conservata e nutrita come si curano e conservano le radici affinché una pianta si possa slanciare verso l’alto. A vederla, così semplice, sobria e pacifica, non si riescono a immaginare tutti gli anni di battaglie per salvarla dalle sgrinfie dei palazzinari, battaglie durate almeno trent’anni. E non si riesce a immaginare neppure il tempo più addietro: la cascina che ne rappresenta la porta d’ingresso è antica, pare del XIV secolo. Da allora si coltiva la zona anche con le marcite, che proprio in quel secolo erano arrivate dalla vicina Chiaravalle e poi si sono perfezionate. Ci sono e funzionano ancora oggi, uno fra i pochi luoghi a Milano. Le marcite, quella meraviglia inventata dai monaci che pregavano lavorando e viceversa: irrigazioni sapienti, con un sottile strato d’acqua che scorre costantemente sull’erba. Ciò consente di avere più raccolti di foraggio l’anno, di avere l’erba anche d’inverno. Sono pochissime ormai a Milano e dintorni: oltre a queste del Ticinello ce ne sono attorno all’abbazia di Morimondo, sul Ticino; ce n’erano fino a pochi decenni fa attorno all’abbazia di Chiaravalle, e per l’expo si tentò di ripristinarle ma… non c’è nessuno a lavorarle, e son lì, testimonianza dell’epoca degli sprechi e dell’apparenza velleitaria. Chi sa vangare, chi fatica, oggi? I giovani lo farebbero anche volentieri, tanti tornano alla terra, ma qualcuno li porta mai a vedere una marcita, a imparare a farla? Ce ne saranno ancora? Quelle vere sono una deliziosa forma di ingegneria naturalistica e idraulica, sono avanzatissimo design applicato, prodotto di osservazione e comprensione profonda dei meccanismi naturali messi in pratica come in una preghiera di ringraziamento verso la terra, opera culturale e paesaggistica e di Land Art allo stesso tempo. “Oro verde di Lombardia”, era chiamata. Un giacimento, una miniera, la fonte concreta della ricchezza ben prima della smaterializzazione finanziaria. Permette di fornire direttamente il foraggio alle mucche, evitando di dover ricorrere all’alimentazione industriale come avviene quasi ovunque ormai, con risultati per la nostra salute quanto meno dubbi. È un ecosistema artificiale ma che impara dalla natura e la asseconda, la fa germogliare e fruttare conservandola. Integrata nel circondario fatto di alberi a filari lungo i suoi confini, che nutrono il suolo, i rami e le foglie a terra diventano casa di insetti, sfalci lasciati sul suolo per proteggerlo e farne casa di microrganismi utili.

Una raffinatissima tecnica, garanzia di futuro come sono solo quelle che rispettano e non violentano la natura. Tecnologie appropriate e dimensione umana, come quelle che sfruttano l’acqua, i mulini; è quando la tecnologia diventa troppo potente e troppo efficiente, orientata solo al profitto immediato e all’esaurimento delle risorse, che l’ambiente soffre. Il sito del Parco Agricolo Ticinello spiega bene come funzionano le marcite e le loro straordinarie qualità; visitandole si fa un viaggio nel tempo ma si viene presi anche dall’urgenza di far sì che continui a esistere. Altro che montare faraonici expo sull’alimentazione sponsorizzati da MacDonald, qua a Milano bastava venire a visitare le marcite. Piccolo è bello, e sano.   

Tecnica agronomica ed ecologica, la marcita, antica, tramandata da generazioni, che non bisogna perdere: oltre a nutrire noi umani, la marcita aveva (ed ha) il pregio, insieme ai canali di irrigazione che l’alimentano, di diventare anche casa di animali preziosi come la rana, che è stata fra l’altro anche cibo per tanti secoli dei contadini. La rana è un insetticida naturale. Non per niente è stata presa a simbolo di chi ha combattuto per anni per istituire il Parco Sud del milanese, dove il gracidare era comune, un ipnotico sottofondo alle sere delle belle stagioni; un tranquillante e sonnifero naturale e gratuito. Un po’ noioso forse ma efficace. La rana è un indicatore ecologico, nostra alleata contro gli insetti e contro gli squilibri ambientali. Come del resto sono alleati i predatori della rana stessa, gli uccelli classici della pianura padana, gli slanciati aironi e i loro parenti garzette (quelli interamente bianchi, più piccoli e aggraziati), tarabuso e nitticora. Quest’ultima è più rara da vedere perché in genere si aggira a caccia di notte, da cui il suo nome (“corvo della notte”). Come la cicogna: che eccezionalmente, dopo anni e anni, è riapparsa anche qui. Proviene da poco più a sud, appena al di là della tangenziale, dove c’è addirittura un luogo dove nidifica sotto protezione: è la stazione di ambientamento della cicogna di San Pietro a Cusico-Zibido San Giacomo. Altri nidi sono sparsi all’interno dell’area del parco Sud e oltre, nel pavese (un altro centro di riproduzione della cicogna è a Zerbolò).

Schiacciati e scacciati dall’agroindustria che ha divelto siepi e filari di alberi per lasciar correre nei campi come Formula1 le mietitrebbie giganti e i supertrattori, questi alati dalle zampe lunghe ed eleganti erano quasi spariti negli anni Settanta. Qualcuno della mia età ricorderà la rivista naturalistica Airone, così denominata proprio come auspicio per il ritorno di questi splendidi uccelli che ormai sono tornati comuni anche ai bordi delle città. Anche il massiccio uso dei pesticidi e antiparassitari li faceva sparire, non si schiudevano le uova se ben ricordo, perfino nelle risaie stentavano insomma a sopravvivere. Quando tornano le ali, invece,  nei cieli sopra la città, è un buon segno, non solo per l’ecosistema fisico ma anche per quello mentale e spirituale. Un tempo si prevedeva il futuro dal volo degli uccelli, oggi dal volo degli uccelli vicino a casa possiamo vedere che un futuro è possibile. La catena alimentare virtuosa è questa: gli alberi forniscono il luogo di nidificazione per aironi e cicogne (le quali però più “civilizzate” non disdegnano i nostri manufatti: torri, campanili, antenne), nutrono il suolo e forniscono ossigeno; gli uccelli predatori limitano il numero di rane, topi pesci, gamberi e altri animaletti, proteggendo così l’insieme naturale perché quelli che sopravvivono sono i più forti e i più efficienti nel limitare gli insetti molesti. L’unica bestia che non ha ancora ben capito questo semplice circolo virtuoso è una bestia a due zampe e con una testa complicata e anche interessante, che però non sempre funziona.

Il rito ambrosiano

Torniamo dunque alla marcita e alla benemerita cascina. C’è anche una piccola chiesetta, l’oratorio di Sant’Ignazio di Antiochia del  XVIII secolo, che dovrebbe essere restaurata. È un’oasi storica e culturale, oltre che naturale. I contadini che vivono nella cascina sono riusciti a restarci anche perché, alla fin fine, il Comune nel 2011-2012 l’ha espropriata ai proprietari dei terreni. I quali avevano cercato millanta volte di sfrattarli con l’idea di proseguire l’imponente edificazione che già aveva invaso il vicino viale dei Missaglia. Una sequela di palazzoni giù giù fino ai bordi della tangenziale, chilometri di case anche di lusso. Senza fare nomi, era Ligresti. Era l’epoca in cui questi palazzinari (in buona compagnia) compravano terreni agricoli ovunque in periferia, poi muovevano le loro pedine nelle amministrazioni pubbliche, variavano la destinazione d’area, osteggiavano in ogni modo i coltivatori fino a sfrattarli e una volta ottenuto il loro esodo costruivano speculando a oltranza. Pratica nota fin dagli anni Cinquanta con il nome di “rito ambrosiano”, che non aveva nulla di sacro nonostante il richiamo al patrono meneghino: il riferimento era solo geografico e indicava una usanza molto diffusa in tutta Italia, a dir la verità, che però qui a Milano aveva ricevuto il crisma ufficiale per via dell’efficienza tutta lumbard e per le colossali dimensioni delle speculazioni edilizie degli anni del boom. Era un ciclo infernale corruzione-scambio politico-affaristico-devastazione del territorio. Non è mai cessato, è solo stato rallentato e unicamente per l’opposizione di tanti, non per un rinsavimento dei promotori. Oggi purtroppo tutto ciò continua sotto altre spoglie, con definizioni più sfumate e ipocrite, anche in centro e sulle aree appetibili ex-industriali, sugli scali ferroviari e così via. Tutto ovviamente ribattezzato secondo la nuova vulgata smart: housing sociale, riqualificazione, valorizzazione e via mistificando. Ma siamo sempre lì, guadagni facili e impiego di fondi della finanza o riciclaggio di danaro sporco alle spese del suolo, del patrimonio pubblico e dei nostri polmoni e cuori.

Pioppi, salici, rogge e animali

Questo angolino invece continua a restare lì, anacronistico e assurdo direbbero i cubo- e tecno-dipendenti, modernissimo  invece secondo i criteri ecologici più avanzati. Con le mucche, il latte appena munto e pulito distribuito nell’aia, le stradine in terra battuta fra pioppi vecchi decine e decine d’anni se non di più. Che a volte vengono tagliati non si capisce perché: manda… in bestia sentire quelli che “tanto sono malati”, “prima o poi cadono”. Ok la sicurezza, provvediamo a controllare gli alberi malati, ma ci si marcia sopra troppo, per far legna, addomesticando le relazioni di agronomi dalla dubbia competenza. Perché degli alberi si occupano agronomi e non forestali o naturalisti? Perché i buroarchitetti progettano parchi invece dei paesaggisti? Un tempo in queste contrade si diceva Ofelè fa el to mesté , “pasticciere fa il tuo mestiere”, ovvero non improvvisarti a fare ciò che non sai. Un motto forse da rivalutare. Gli alberi vivono anche se non sono coltivati, anzi vivono meglio. È così difficile da capire, che non sono solo legna ma organismi viventi che interagiscono con tutti gli altri e come tutti gli altri, danno casa agli animali, identità a un luogo, ombra e fresco ecc. ecc.? Pare di sì: è difficile da capire per quell’apparato industrial-gestionale-predatorio che marcia come un incomprensibile macchinario guidato ormai da scopi propri, senza alcuna utilità se non per chi lo controlla e ci guadagna. Una brutta malattia, insomma. Che bisognerebbe curare, ma come la sanità pubblica anche la sanità ambientale pubblica latita o è asservita a interessi che non sono quelli della maggioranza delle persone.   

Il parco del Ticinello consiste in 88 ettari di terreno, protetti dal Parco Sud, incuneati dentro la città. Alcune delle stradine che lo percorrono sono ormai poco utilizzate per il lavoro dei campi, rinselvatichite e piene di vegetazione, lungo le rive delle rogge, e di conseguenza piene di uccelli, di giorno come di notte, e di lucciole, farfalle e libellule. Sono stati piantati alberi per dare consistenza al verde e riprodurre il paesaggio tipico lombardo d’un tempo. Gli alberi sono stati affiancati a quelli già presenti, salici, querce, carpini, frassini, aceri, tigli, ontani. Il tratto più originale e caratteristico del parco è dato dai filari di pioppi lungo le stradine e i corsi d’acqua: è una riproduzione perfetta di quella che era la campagna secoli fa ma anche fino solo qualche decennio fa. Difficile trovarne una del genere in città ma anche altrove, perché ovunque la campagna è stata snaturata sotto il peso dell’industrializzazione dell’agricoltura. Molti pioppi sono grandi e anziani; alcuni purtroppo a volte sono abbattuti, e ne restano i monconi. È un peccato. Questi vialetti con i pioppi e i salici sono importanti come una via del centro, ci dicono chi siamo e cosa saremo, e a differenza dei palazzi sono vivi. Si possono sentire quando raccontano storie. Tirar giù un vecchio pioppo qui è peggio che buttar giù una scultura, che so, in piazza Scala. Non è rimpiazzabile, anche se oggi appena si butta giù un albero di parla ipocritamente di “compensazione” altrove. Quando muore, va sostituito, non prima.  

Ci sono altre cascine abbandonate vicino, con tetti sconnessi che danno rifugio alle rondini e a rapaci notturni. La cascina Campazzino, disabitata, anch’essa acquisita dal Comune, affiancata da orti, da quasi vent’anni è lasciata andare in malora. Ora forse faranno qualcosa, speriamo di compatibile con il luogo: i primi segni però non sono confortanti. Andando avanti fra i campi si arriva anche a un parchetto di quelli convenzionali con le stradine diritte, vicino alle case di Ligresti, dove sono stati piantati altri alberelli come compensazione ambientale dallo IEO, l’Istituto Europeo di Oncologia insediatosi sulla vicina via Ripamonti.

Da qualche anno il Comune è diventato proprietario del parco del Ticinello. Almeno l’edificazione sembra sventata. Anche perché ora le speculazioni più grosse si fanno in centro e il nuovo mito sono i grattacieli; sono gli emiri e la finanza internazionale a erigere boschi verticali et similia modello Dubai, in periferia non ne vale la pena, noblesse oblige. Le mucche nella stalla possono continuare a ruminare e a ricevere le visite di migliaia di bambini delle scuole o con i propri genitori che possono così scoprire che latte appena munto, fieno e letame non esistono solo nelle pagine dei libri di scuola. Il contadino può raccogliere fieno in abbondanza dai campi bagnati lì vicino senza dover essere parte di uno spot televisivo, la gente può andare a piedi da casa a prendere il fresco e fare feste sull’aia, a mangiare insieme, cantare e bere vino senza dover farsi spennare dai locali dei Navigli. A volte andiamo a prendere il latte così, proprio per il gusto di farlo, o camminiamo lungo le stradine all’ombra di pioppi e dei salici o andiamo a sentire gli incontri e a seguire le iniziative culturali.

 

Il parchetto dove lo metto

Tutto bene allora? No. Siamo sempre sul chi va là, in questi posti, da una parte e dall’altra. È il destino chi si prende a cuore la natura, a Milano e dintorni. I danee sono sempre in agguato. Ora il problema è la mania di gestione degli “architetti” e dei “gestori” del verde (ossimoro che viene spacciato per buono: quando mai il verde ha bisogno di essere “architettato”, quando è natura che preesiste a noi e non è una costruzione umana?) e dei loro finanziatori, che vogliono trasformare anche questo splendido angolo di campagna in un anonimo parchetto “fruibile”. Intendono illuminarlo di notte con il risultato di mettere in fuga le lucciole, abbattere 156 alberi colpevoli di essere “disordinati” (sì, incredibile ma dicono proprio così nelle Relazioni Tecniche di Programma, manifestando forse qualche problema di ordine freudiano).

 

Ma perché? Ah già, dimenticavo, non stiamo parlando di esseri umani, gli alberi non hanno diritti, soprattutto se sono storti e fuori dagli schemi. Così come non hanno diritti gli animali, che fra quegli alberi vivono: tagliando gli alberi, togliendo i cespugli e i rovi, ripulendo dai rami caduti per “fare ordine” infatti si sfrattano anch’essi. E che diremo ai signori elencati al citofono nel condominio verde dall’associazione per il Parco del Ticinello: ai signori cinciallegra, cinciarella, cincia bigia, picchio verde, picchio rosso maggiore, passera europea e passera mattugia, luì piccolo, gruccione, capinera, fringuello, rondini, rondoni, civette e gufi? Questi ignari pennuti vengono su quegli alberi da frutto messi nel mirino dai tagliatori per nutrirsi e proseguire così il loro servizio di utilità pubblica: catturare insetti, spargere semi con le loro feci, allietare le nostre giornate. E come la spiegheremo ai loro compari senza fissa dimora che allignano nei dintorni, nelle marcite e fra gli arbusti: aironi cinerini, aironi guardabuoi, garzette, gallinelle d’acqua, anatre selvatiche, canapino, sparviere, gheppio e lodolaio oltre alla neoimmigrata cicogna che però è ancora solo in perlustrazione? E dove andranno gli altri abitanti del luogo, se ci arriveranno frotte di umani con motori annessi e cani al seguito: raganella, rospo smeraldino, rana verde, tritone, farfalle di 19 specie, libellule di 18 specie di libellule, conigli selvatici, lepri, ricci e pipistrelli? Mah. Esodo di massa? Davvero in città dobbiamo restare solo noi umani e i nostri amici a quattro zampe ma solo quelli al guinzaglio?

La “fruizione” di un parco significa, nelle menti lineari e semplificate dei Pianificatori, che ci arrivi tanta gente, che si aprano strade e stradette tecnologiche prive di pozzanghere e fango (si sa, il fango sporca…), che di notte si possa vedere come di giorno, che diventi una sorta di luna park buono per i selfie, “ecco vedete qui la campagna, ecco la marcita…”.  Ce la faranno anche questa volta, al Ticinello, a salvare la campagna per non farla diventare un giardinetto addomesticato e stinto? Sta a noi, direi, fare il possibile. È essenziale: è un corridoio ecologico fondamentale per tenerci legati alla campagna che sta oltre la città urbanizzata ma le dà da vivere. Ce ne sono pochissimi a Milano, ormai, sono soprattutto nella zona Ovest, altrove sono da ricostruire rinaturalizzando. Svuotare questo corridoio nell’area meridionale della metropoli è come tagliare il ramo su cui siamo seduti. Speriamo che il bradipo si salvi. Perché il bradipo, ahimè, dimenticavo, non ha predatori in natura: non lo si vede facilmente perché sta quasi immobile, come gli alberi, sta in alto irraggiungibile fra i rami, gli crescono addirittura sopra delle specie di licheni verdi che lo mimetizzano. Però ha dei nemici: gli unici a fargli del male e ucciderlo sono gli esseri umani, che lo cacciano con le cerbottane, e tagliano gli alberi dove vivono. Speriamo invece che l’apparizione della cicogna simboleggi quello che rappresentava questo animale bellissimo nelle fiabe e nelle tradizioni di un tempo: annuncio di abbondanza, gioia e prosperità. 

Parco del Ticinello

Via Dudovich, Milano

Come ci si arriva

Con i mezzi: MM2 linea Verde Abbiategrasso, 5 minuti a piedi

Apertura

Sempre aperto

A chi rivolgersi

Associazione Parco Agricolo del Ticinello, www.parcoticinello.it, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

 

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WILD MILANO

Scritto da Stefano Fusi. Postato in Notizie

WILD MILANO – Il lato selvaggio e naturale della metropoli

Di Stefano Fusi

Milano non è solo nuovo skyline e grattacieli, Madonnina e Borsa, Design e quadrilatero della moda, centro e periferie. Non è solo cemento e strade ma anche natura e agricoltura: l’area metropolitana comprende uno dei più importanti comprensori agricoli d’Europa che comprende angoli selvatici poco conosciuti: boschi sopravvissuti al cemento o nuovi, piantati di recente o nati spontaneamente in aree abbandonate. Ci sono bei parchi periurbani anche di dimensioni notevoli, che si estendono sul territorio di Milano e di altri comuni. A pochi chilometri da Piazza del Duomo, oltre a campi, risaie, abbazie, mulini, borghi, fontanili, rogge e marcite, si trovano vecchie e nuove oasi  naturalistiche protette, laghetti e anse di fiumi rinaturalizzate, si possono incontrare animali selvatici, orti comunitari e cascine che vendono prodotti bio a chilometro zero. In particolare nella zona meridionale della città anche all’interno del tessuto urbano, tutelata dal Parco Agricolo Sud Milano.

Spazi e luoghi ideali per il “turismo di prossimità” nel verde, tanto ricercato in tempi di limitazioni forzate alla mobilità e così importanti per la salute, la qualità della vita degli abitanti e il riequilibrio ambientale.

Wild Milano è la mappa aggiornata al lato selvatico di Milano e della sua area metropolitana, in particolare alle aree di interesse naturalistico ma anche a quelle miste (agricole e naturali). Comprende alcune zone da conoscere e tutelare perché a rischio di nuove edificazioni, ma che i cittadini stanno difendendo a volte con successo e trasformando in luoghi di incontro, socialità e cultura per la loro bellezza. È anche il racconto in prima persona delle vicende degli angoli di wilderness urbana, fatto da un giornalista e ambientalista “indigeno” della città, che dagli anni Settanta conosce e frequenta personalmente i luoghi e partecipa alle iniziative di tutela della natura. Con le testimonianze dirette di alcuni protagonisti e “custodi” dei luoghi. 

MAPPA

Oasi, boschi, parchi periurbani, laghetti, cave e fontanili, piante e animali. La natura di conoscere, vivere e salvare

Per ogni luogo della prima parte (Milano città e immediati dintorni entro le tangenziali) e per alcuni luoghi significativi dell’area esterna sono riportati in forma di racconto e di scheda la storia e la descrizione naturalistica, con foto e immagini, la localizzazione e modalità di visita (se non aperto sempre al pubblico), le  associazioni e gli enti di riferimento che gestiscono le aree o fanno iniziative sociali e ambientali in loco.

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Il laghetto fatato

Scritto da Stefano Fusi. Postato in Notizie

Il laghetto fatato

Le cave sono buchi dove si scava per estrarre ghiaia, sabbia, argilla, gesso o altri materiali per le costruzioni e per l’industria. I mattoni e il cemento con cui si costruiscono le strade e le case. Sono dunque ferite nel corpo della terra (se ci permettiamo di immaginarla così, come una parte del mondo vivente: e lo è, senza terra niente piante niente cibo niente noi). Ferite che servono a noi umani per proteggerci ed edificare l’ambiente artificiale in cui viviamo. Ferite forse necessarie ma che si possono curare e rimarginare. Ferite che oggi bisogna limitare il più possibile: abbiamo costruito troppo, ne abbiamo abbastanza, abbiamo case e uffici vuoti dappertutto. Se continuiamo a costruire e non a recuperare e riusare è per l’inerzia assurda e malata del nostro essere virus distruttivi contro cui bisogna trovare un vaccino fatto di nuovi comportamenti sani.

Attorno a Milano ci sono moltissime cave. Tonnellate e tonnellate di minerali e di terra che ora sono finiti nei muri, nell’asfalto, nei prodotti industriali, nelle cose che maneggiamo o calpestiamo senza saperlo. Dovremmo ricordarcene: dalla terra prendiamo tutto; dovremmo essere grati e non esagerare. Chiudo il pistolotto ambientalista, perdonatemi. A volte ci vuole.

Note agli abitanti del contado, le cave erano sconosciute ai cittadini che guardano solo verso il centro. Ma l’apertura del parco delle Cave, a Baggio, le ha rese famose anche al “pubblico” più urbano. Molte altre cave dell’area metropolitana hanno perso la loro funzione originaria, sono restate chiuse e abbandonate, alcune per decenni, e si sono riempite d’acqua della falda (l’acqua sotterranea su cui “galleggiano” Milano e il circondario) e dell’acqua dei fontanili vicini. La quasi completa scomparsa delle fabbriche, in più, ha lasciata l’acqua libera di alzarsi di livello. Ed ecco che molte di quelle voragini abbandonate sono diventate laghetti. Alcune di esse, naturalmente, hanno richiamato la vegetazione e gli animali selvatici. Ma anche pescatori di frodo, discariche abusive e vari tipi di degrado. Oppure sono diventate sedi legali di pesche sportive, Country Club o laghetti di quartieri residenziali più o meno esclusivi, privatizzate. Ora alcune di quelle abbandonate vengono recuperate. A questo proposito c’è una storia recente e vera, anche se sembra la classica fiaba.

“Una donna passava spesso ai bordi di una cancellata, in un paese vicino a Milano, di fianco alla tangenziale. Lei già si dava da fare per un parchetto molto carino, lì vicino, dove vanno le famiglie e i bambini e i cani e gli anziani e gli sportivi a passeggiare e correre. Un bel posto, ma ancora troppo spoglio per i suoi gusti. Infatti guardava al di là della cancellata e vedeva una grande distesa d’acqua e un bosco dai grandi alberi cresciuto attorno alle rive. Un luogo che da fuori si intuiva bellissimo, sbirciando fra le frasche, ma dove non si poteva entrare. Camminando fuori dal laghetto vedeva (o immaginava?) il tramonto sull’acqua, gli aironi e gli uccelli che si posavano sugli alberi, sentiva il richiamo di civette notturne, vedeva coniglietti scappare dalla strada per infilarsi nella cancellata e sparire nel bosco. I proprietari sono immobiliaristi e cavatori. Su un lato del lago si scavava fino a pochi anni fa, oggi si trattano rifiuti a terra. Il lago è grande, l’altra sponda è un incanto, si diceva questa donna. Accidenti, rimuginava anche un poco arrabbiata, ma è possibile, un posto così a far niente, quando qui in questo paese abbiamo pochissimo verde! Tutta quell’acqua, quegli alberi, a portata di mano, eppure per trovarci in un posto ameno e selvatico dobbiamo andare lontano e prendere l’auto o il treno. E poi, appena al di là, non c’è un altro laghetto - anche questo però lontano, non in linea d’aria ma perché cintato e raggiungibile solo da tutt’una altra parte? Perché resta così questo angolo di bellezza? Di chi è? Non si può chiedergli di aprirlo? Così ragionava fra se e sé nella sua fantasia. Finché non successe che un amico arrivò e le disse che il Principe le aveva dato appuntamento al lago.”

L’ho raccontata così perché a volte le favole sono vere, anche se non lo sono, o lo diventano.

Dalla favola alla cronaca, dunque. Fortuna volle che quell’imprenditore proprietario fosse sensibile all’ambiente e alla solidarietà sociale. La fortuna che aiuta chi osa, si direbbe. L’imprenditore, un giovane di cui non faremo il nome perché non ama comparire – ma si può intuire chi è – stava a sua volta pensando di fare qualcosa con quella cava di cui era comproprietario. Animato da uno spirito ambientalista – che a volte infetta anche i benestanti, non solo chi ha bisogno del verde per respirare e per muoversi a due passi da casa – l’imprenditore, dunque, si rivolse ai lavoratori-animatori di un’eccezionale esperimento sociale del luogo: una fabbrica presa in gestione dai lavoratori, che ricicla tutto, riusa, fa inclusione sociale, ospita e sostiene artigiani ed artisti… e funziona! Rimaflow, si chiama. Anche questa è vera, non è leggenda. Quelli della Rimaflow gli suggerirono il nome della fatina. Che aveva i suoi buoni alleati, con cui gestiva già il parco cittadino quasi confinante, il Parco del Centenario, al di là della strada lungo cui corre la cancellata di cui sopra. E disse sì, certo, non aspettavo altro. Anche il Parco Sud, i volontari della protezione civile e delle associazioni locali si misero di buzzo buono e gli alleati umani della fatina si mossero attorno all’associazione Salvambiente, nata da genitori intenzionati a migliorare la vita dei figli e la propria, ai docenti e dagli studenti. E arrivano in molti nell’estate del 2019 per ripulire le rive e vedere il da farsi. Successo, tante persone, funziona l’esperimento di partecipazione popolare (parole desuete, ma chissà perché: autorevoli branche di studi dicono che non è dalla competizione che parte l’evoluzione, ma dalla collaborazione. Altrimenti saremmo già tutti estinti).

Siamo a Trezzano del Naviglio. Appena al di là del Cerchio Magico della tangenziale. Mi viene a prendere al treno la fata con un’auto sgangherata ma coloratissima e dipinta, piena di tutto, sporca di terra e carica di utensili e oggetti vari come non ne vedevo dai tempi delle mie ormai lontane imprese di volontario. Mi porta all’ingresso in pochi minuti. È chiuso con un lucchetto. Al di là, il laghetto e il giardino incantato che hanno allestito sulla sponda. Ci sono sculture, mandala naturali, un modellino di chiesetta che fotografata davanti al laghetto fa sognare di essere in qualche angolo di montagna svizzera o trentina, una campana donata da un partecipante ai campi di lavoro – serve a richiamare ma anche a celebrare e meditare. Ci sono l’hotel degli insetti, i simboli fatti con oggetti naturali, le canoe e i sup con cui si naviga sul laghetto, l’amaca per il relax, l’angolo romantico dove si può abbracciare un albero sotto una sorta di tenda naturale, l’area giochi senza giochi attrezzati stile giardino urbano ma dove i bambini sono incoraggiati a costruire capanne di rami e bambù, la tana “del lupo”, il piccolo vivaio che serve ai guerrilla gardeners che di straforo vanno a piantare in luoghi da recuperare, panche e tavoli, un osservatorio ornitologico per spiare i numerosissimi pennuti che passano o sostano. Mancano i cestini perché i volontari non possono permettersi la tassa sui rifiuti ed esortano le persone a farsi carico dell’immondizia portandosela via. Economico ed educativo. 

Insomma un microvillaggio dell’immaginazione creativa, che piace tantissimo ai bambini e alle famiglie che stanno cominciando a frequentare queste rive. Finalmente, camminando poco o in bicicletta, dalla plaga di Trezzano possono entrare a pieno titolo in un luogo che nelle foto dei tramonti potrebbe essere ovunque su un catalogo turistico. Certo, dopo il primo incantesimo si intravedono piloni e fili elettrici e il mucchio di terra di riporto degli scavi lontano sulla sponda opposta. Ma li si accoglie con benevolenza, anche essi servono.  Del resto il laghetto è molto grande, 11 ettari.

La fata mi porta lungo il sentiero a vedere dove c’è il confine con il vicino Parco dei Fontanili di Muggiano, che è in Comune di Milano. Attorno al Mezzetta i fontanili sono due, a rimpinguarlo. È una zona irrigua, dall’agricoltura ricca un tempo: là a pochi passi c’è un altro laghetto, ben più frequentato, con tanto di cigni (da loro prende il nome), questo però molto frequentato e “addomesticato”. È un Idroscalo in scala ridotta sul versante occidentale, con bar e animazione eccetera. Di domenica al Lago dei Cigni c’è il mondo, mi dice la guardiana del laghetto selvaggio, che invece si può visitare solo nel pomeriggio di tutti i giorni, quando ci sono i volontari di Salvambiente, che per ora invitano ad aiutare nei lavori per poi poterlo usare per rilassarsi. E sull’amaca e sulle sdraio, quando si tira il fiato, si sogna: il sogno è di collegare il parco comunale attiguo e i due laghetti, con un percorso pedonale e ciclabile fino ad arrivare a scavallare la tangenziale e passando per Cesano Boscone unire questi quattro parchi, i laghetti e tutto questo ambito semiselvaggio di Muggiano e Trezzano, con le cave del parco milanese omonimo, sempre a favore di piedi e due ruote. Sarebbe un formidabile corridoio ecologico e storico verso la città, in questo Ovest milanese rimasto relativamente verde: Assiano era - ed è -  una località a due passi da Muggiano, quest’ultimo quartiere milanese ma oltre tangenziale. Uno degli straordinari ma trascurati resti di borghi antichi di Milano, di cui racconta fra gli altri Roberto Schena nei suoi libri che tracciano una mappa dei luoghi agresti e storici inglobati a forza nella città, che sarebbero da salvare per proteggere l’identità della metropoli, la quale non è solo centro né periferia ma un aggregato di realtà sia urbane che rurali; queste ultime hanno alimentato la storia e rappresentano l’anima della metropoli, tanto quanto l’area costruita. Questa è ecologia: ogni parte dell’ecosistema è importante e ha una sua funzione. Non solo l’artificiale e moderno.  

In ogni caso, sogno o non sogno, già ci hanno pensato le lucciole a gemellare questo laghetto “nuovo” con il parco cittadino più noto. D’estate si va a vederle anche qui e si immagina che sciamino assediando tremolanti la metropoli abbracciandola e portandole un po’ di serenità.  

Lago Mezzetta di Trezzano sul Naviglio

Come ci si arriva

In treno da Milano (da Scalo Romana, San Cristoforo o Romolo, linea Passante per Albairate). In auto uscita tangenziale Ovest per Trezzano sul Naviglio.

Apertura

Aperto solo al pomeriggio in base ai turni dei volontari.   

A chi rivolgersi

Associazione Salvambiente,  Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. 366 159 1748

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La Foresta da mangiare

Scritto da Stefano Fusi. Postato in Notizie

Bambini e conigli sotto i cavoli, ovvero: La foresta da mangiare

Avviso: non è uno spot del mulino bianco, è tutto vero.

Abito a Milano. Esco in bicicletta. In cinque minuti arrivo fra i campi. In dieci minuti arrivo dove  c’è un inizio di “Food Forest”, in parole povere un boschetto con alberi da frutto e altri alberi del luogo, piantati un anno fa, ancora piccoli. Molti sono alberi da frutto, ma ci sono anche alberi e arbusti di altro genere. Il progetto è di consociarli con ortaggi e verdure. A fianco, un campo a orto, grande e vario, ma senza le recinzioni dei classici orticelli urbani. Senza protezione per ora, lungo stradine di campagna ai bordi di un quartiere residenziale periferico abbastanza verde. Dalla stradina asfaltata entro in uno stradello in terra battuta e arrivo a un punto dove ci sono ripari per gli attrezzi, alcuni tunnel agricoli autocostruiti, sedie e tavolini, un forno in terra cruda, un banchetto dove si possono prendere verdure appena colte a qualche metro di distanza, file e file di cavoli, zucche, finocchi, insalata, pomodori e altro ancora. Un mercatino all’aria aperta fra persone che vanno a prendersi da sé alcune verdure o che intrattengono i bambini delle famiglie venute a collaborare o a comprare. Altri aspettano chiacchierando senza code né assembramenti il proprio turno ascoltando la signora infangata e dalle scarpe grosse che conduce il tutto insieme al marito mentre spiega ricette strane, con ortaggi e verdure mai sentiti nominare, e insegna a utilizzare anche le foglie e i torsoli. Non si butta niente, si scopre che ciò che normalmente si scarta è molto gustoso, nutriente e salutare. In effetti, quando si arriva a casa con la sporta piena viene voglia di sperimentare. E sono davvero buone, croccanti ed energiche, non appassite e mosce come quelle che viaggiano per migliaia di chilometri o anche solo passano dai mercati. Oltre al gusto fisico, ce n’è uno speciale, impalpabile ma molto sostanzioso, nel mangiare cose prese da sé un’ora  prima dal campo. Preparandole, le si sente scrocchiare rumorosamente, paiono avere molto da raccontare, si esplorano volentieri le volute di cavoli-rapa originali, le foglie arricciolate di erbette color vinaccia sconosciute, le fogliette di un’altra specie di rapa insolita, la mizuna (chi è costei?) .  Sono bio, ma non ai prezzi delle simil-gioiellerie dei negozi green del centro, molto ruspanti.   

Fra l’orto diffuso e gli alberelli della vera e propria “foresta nutriente”, qualche cagnolino dei visitatori e dei lavoranti scorrazza e occasionalmente scava (alla caccia di qualche animaletto?), qualche coniglietto sfugge ai primi ma, accidenti, a volte va a prendersi qualche pianta, racconta la coltivatrice. Ne parla con simpatia: anche se fanno marachelle, dei coniglietti fa il logo della “azienda agricola di quartiere”, li mette sui cartelli fatti a mano che indicano l’ingresso oltre una siepe.

Sopra, volteggiano falchetti che avvistano i movimenti delle prede, gazze e altri pennuti che arrivano dal vicino parco della Vettabbia e dagli alberi della zona. Anni fa, a 100 metri da qui c’era “l’albero dei gufi”, ben noto ai naturalisti: fra i condomini di una via adiacente, ospitava decine di rapaci notturni che l’avevano scelto come dimora. Restavano lì anche di giorno, li vedevamo immobili (di giorno, è naturale: di notte si sguinzagliavano a caccia). A un certo punto sparirono, forse avevano trovato qualche angolo più ameno o esaurito le prede in loco.

Si chiacchiera mentre si riempiono le sporte, si fa una cassetta con un prezzo standard a peso senza distinguere fra i “prodotti”, li si sceglie con calma, li si ripone cominciando già a immaginare come lavorarli e scambiandosi suggerimenti con gli altri acquirenti e i collaboratori dell’orto.

I bambini scorrazzano contenti, qualcuno finisce nascosto sotto le ampie foglie dei cavoli. I bambini di Milano, abituati a pensare che le verdure nascono nel supermercato, qui invece vedono con i loro occhi e toccano con mano la terra, aiutano a prendere i pomodori,  a fare il compost e a piantare gli alberelli. Oppure vengono quando è il periodo giusto a prendersi le zucche per la festa delle lumère, versione nostrana di Halloween, e di quella più antica. 

La Comunità di Supporto all'Agricoltura

Dicevo: non è uno spot, e non è neanche il caso di far sapere troppo che esiste questo posto, anche se ormai se ne parla, anche il Corrierone ne ha parlato. Perché, che io sappia, è unico a Milano. Di orti è zeppa Milano, anche di orti comunitari ce ne sono molti, ma di una Comunità di Sostegno all’Agricoltura non si era mai sentito parlare a Milano; ce ne sono esempi altrove, soprattutto in Emilia-Romagna, la più nota è l’Arvaia di Bologna, comunità di coltivatori biologici. È un ibrido fra una cooperativa e un’associazione no profit, con l’intento di dare vita a un’agricoltura periurbana che rivitalizza le aree abbandonate dalle coltivazioni intensive, con la partecipazione  teoricamente di tutti i cittadini che condividono questo scopo e con lo scopo complementare di rinforzare e migliorare i legami sociali con l’inclusione anche di persone e famiglie svantaggiate. Non è un orto “di sopravvivenza” sul modello di quelli sorti ai tempi della Seconda Guerra Mondiale, né un orto classico seppure condiviso come ce ne sono molti ormai in città. La differenza è che tutti possono fare una piccola parte dei lavori, iscrivendosi, e raccogliere, e che al contempo offre servizi a tutto il quartiere. Soprattutto, per ora, non è racchiuso in uno spazio cintato. La differenza è lampante: proprio di fianco ci sono i classici piccoli recinti in cui ciascuno “coltiva il proprio orticello”. Bello e utile, ma qui mi pare che si coltivi anche qualcosa d’altro, così raro di questi tempi. Comunque, l’idea non è che tutti vengano qua, ma che se ne facciano in ogni quartiere. Certo, arrivano spesso entusiasti cittadini che vorrebbero darsi da fare per l’orto, poi spariscono in fretta quando scoprono che la terra è in basso, il fango finisce sotto le unghie, invece delle scarpe servono stivali, la carriola è faticosa da spingere, il caldo e il freddo esistono davvero stando fuori dagli ambienti riscaldati d’inverno o rinfrescati d’estate dall’aria condizionata. Sudore e geloni alle mani possono far parte dell’avventura. Altri invece nonostante questo rimangono a collaborare, uscendo dalla comfort zone e pare ne provino piacere.  

Questo spicchio gustoso di terra è gemellato, dicevo, alla nascente Food Forest confinante. Lì almeno un centinaio di persone hanno lavorato a preparare il terreno e piantumare sotto la guida di Cascinet. È un’associazione che gestisce una cascina vicino al Parco Forlanini, a fianco di capannoni e gasometri in disuso, in una via difficilmente raggiungibile lungo percorsi tortuosi a fianco della tangenziale: la cascina Sant’Ambrogio, misconosciuta, una delle più antiche di Milano (ci sono resti di una chiesa romanica con un abside che si cerca di restaurare). Si coltivava ancora negli anni Novanta, dal 2012 un gruppo di giovani l’ha rianimata; oggi si coltiva su un piccolo spazio e soprattutto si fanno molte iniziative, corsi, feste e incontri musicali e culturali. Quella che spesso è la seconda vita delle cascine a Milano, fra i pochi spazi che diventano luoghi di incontro fuori dai circuiti commerciali.

Cascinet e la Food Forest

Ma qui siamo da un’altra parte, qui di terra ce n’era in maggior misura ed è stata ottenuta dal Comune per fare questi due esperimenti complementari, Food Forest e Comunità di Supporto all’Agricoltura. Cascinet ha già realizzato una piccola Food Forest vicino alla sua cascina in via Cavriana, dove c’era una discarica, e ne ha in programma un’altra al Parco Nord. Ma insomma che cos’è questa Food Forest? È “una tecnica che simula un ecosistema boschivo coltivando l’area su più strati: erbaceo, arbustivo e arboreo. Al primo piano troviamo gli alberi da frutto mentre ai piani inferiori ci sono arbusti di bacche commestibili, piante perenni e annuali in modo da creare un ecosistema che sia in grado di ottenere una produzione elevata, ma sostenibile, di cibo con una manutenzione minima”, dicono i promotori.  Fra le specie utilizzate, acero, biancospino, carpino, ciliegio, frassino, melo selvatico, nocciolo, pero selvatico, prugnolo, rosa canina, sanguinella, quercia e tiglio. Qui ho visto anche melograno e fico. Ma in via del tutto eccezionale, in sostituzione di due alberelli che non avevano attecchito, io ho potuto piantare due piccoli ginko. Mi piace raccogliere i loro puzzolenti semi, metterli nei vasi, lasciarli germinare e crescere sul balcone e poi “liberarli” quando sono abbastanza alti, dopo due-tre anni. Ora i ginketti “fuori dalle righe” hanno ricevuto ospitalità. Non c’entrano molto con le intenzioni iniziali, ma sono stati accolti nella piccola foresta. Grazie!

La Vitalba

La tecniche utilizzate sono di “agricoltura rigenerativa”, con cui è possibile anche ovviare ai possibili inquinanti presenti nei terreni. Sarebbe l’ideale per le aree urbane da recuperare a uso agricolo (nel 2019 è stata fatta una legge nazionale a questo scopo). Un’agricoltura urbana diversa da quella che c’è oggi ai bordi delle case, dove ci sono i campi di mais o di altre colture che poi vengono spediti altrove, o gli orti privati. Un’agricoltura davvero a chilometro zero, fuori dagli slogan di moda. Se son cavoli fioriranno.

Carmen e Francesco, promotori della CSA, mi spiegano come fanno, con le “piante sentinella” che avvisano se c’è inquinamento, con le consociazioni con piante che depurano, con le sostanze chelanti che fissano i metalli e con gli ormai classici compostaggio, pacciamatura (copertura del terreno con materiale per proteggerlo da insolazione e gelo) e sovescio (interramento di piante fresche che fungono da concime). Senza ovviamente diserbanti e pesticidi. È un progetto pilota per tutta Italia, dicono. Dopo aver condotto la loro azienda agricola biologica vicino al Lago Maggiore, a Milano hanno iniziato raccolto questa sfida insieme a Cascinet. Queste tecniche potrebbero ripulire le aree abbandonate e renderle di nuovo produttive. Le spiegano diffusamente nei loro documenti; per un cittadino medio è difficile capirle; in sostanza, mi apre di aver compreso, si tratta di alterare il meno possibile il terreno, che è vivo, e arricchirlo naturalmente di sostanze che lo depurano facendo da filtri e lo rendono più fertile. Del resto, hanno scelto come nome La Vitalba, che è una pianta colonizzatrice, va dove c’è abbandono e si insedia ripristinando il verde. La vitalba si usa anche come olio essenziale, in naturopatia ha il potere di dare concretezza, aiuta i sognatori a poggiare bene i piedi in terra e a mettere in pratica le proprie aspirazioni.

 

Siamo vicino al Parco della Vettabbia e a Chiaravalle, zona sud di Milano, fra la via dell’Assunta e via Piero Bottoni, ai bordi del quartiere chiamato “Fatima”. I campi della zona sono coltivati solo in parte. Vicino c’è una cascina diroccata occupata da una piccola comunità Rom; di recente è stato segnalato l’accumulo di rifiuti pericoloso fatto da aziende, anche di nome, pare con qualche complicità criminosa (si sta indagando) e con i relativi roghi. E lungo la lunga stradina che da qui porta a Chiaravalle, via Vaiano Valle, spesso vengono scaricate immondizie e si trovano auto bruciate. I campi sulla stradina che da Corvetto porta qui, via dell’Assunta, sono stati blindati con la classica palizzata di legno e plastica rossa, segno di qualche edificazione messa in cantiere che però non c’è mai stata e si spera non ci sia mai. Anche perché nel frattempo il Comune ha piantato qui qualche centinaio di alberelli allargando di fatto il confinante parco della Vettabbia.

 

Ancora troppo spesso il residuo verde agricolo ai bordi della città viene preso per una discarica a cielo aperto, per un vuoto fuorilegge da sfruttare in ogni modo, e si degrada. Pochissimi fanno ancora agricoltura in modo classico, non conviene più: forse bisogna inventare una nuova forma di coltivazione sociale, moderna, al servizio di chi abita attorno ai campi ma li ignora. Il suolo agricolo è una ricchezza anche sociale. In questo luogo la presenza di persone che lavorano insieme e si incontrano fa sì che la terra venga sentita come propria e sia custodita e utilizzata. Anche la natura se ne giova: restano le siepi incolte dove gli uccelli possono posarsi e i piccoli animali prenotare un posto nel futuro boschetto, animali che invece scompaiono con l’agricoltura intensiva. L’augurio è che continui così. Aiutando a dare cibo sano, creando lavoro, ripulendo l’ambiente, migliorando il clima.

 

In effetti, in omaggio al nome del quartiere, tutto ciò sembra un’apparizione. Speriamo che non finisca come là: la quercia dove era apparsa la Madonna fu poi devastata dai fedeli che ne portavano via ciascuno una foglia o un ramo. Visto con i miei occhi, quel povero albero profetico ridotto a uno scheletro. Quando si guarda il dito e non la Luna. Strano a dirsi, finora questo luogo invece sembra protetto: a parte i conigli e le nutrie contro cui dovrà essere elevata una rete di protezione, gli umani hanno rispettato finora sia gli alberelli sia le verdure e gli ortaggi. Speriamo che duri e sia sostenuta, per esempio dai cittadini organizzati in GAS, i gruppi d’acquisto solidali che qui trovano prodotti davvero a chilometro zero. Se vogliamo leggere i simboli e i loro presagi, ne troviamo molti di buon auspicio, oltre al coniglio. Qualche anno fa, quando si smise di coltivare intensivamente, ci fu un’altra apparizione incredibile: un fiorire sterminato di papaveri, da qui fino a Chiaravalle. Passando ci fermavamo incantati dalla bellezza. Papaveri nei campi ce ne sono sempre, da queste parti, ma un’esplosione del genere fu fantastica, memorabile. I papaveri, lo sapevate? si mangiano anche! In quell’estate nutrirono anche la fantasia e mostrarono di cosa è capace la natura quando è compresa, assecondata e lasciata libera di esprimersi.

 

Parco Agroforestale Urbano Vettabbia-Vaiano Valle.

 

Come ci si arriva

 

Via Sant’Arialdo, zona via Ripamonti (sabato e domenica ora è chiusa al traffico automobilistico, il punto di ingresso per chi viene in auto è di fianco all’area cani di via Piero Bottoni).

 

Mezzi pubblici: autobus 34 e tram 24 (via Ripamonti, 5 minuti a piedi).

 

Apertura

 

Sempre aperto. Il mercatino e gli incontri sono di sabato mattina e a volte la domenica.

 

A chi rivolgersi

 

La Vitalba azienda agricola di quartiere, www.lavitalba.it,  tel 328 8678 876, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.  

 

Cascinet, https://cascinet.it/  Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

Sulle Food Forest:

 

www.ilcambiamento.it/articoli/facciamo-dell-italia-un-paradiso-di-foresta-orto-giardino-commestibile

 

https://www.italiachecambia.org/2019/07/food-forest-trasformare-proprio-orto-o-giardino-in-oasi-di-bellezza-cibo/